5 gennaio 2010   Dario Ghelfi, Le peggiori paure

 

Le peggiori paure

 

         In una recente recensione su “Il Manifesto”, Carlo Pagetti annovera Fay Weldon, tra le migliori scrittrici inglesi, esponenti di quel “black humor” che, con lei, ha come sfondo la “sfera di un apparente realismo quotidiano, che si gonfia di sarcasmo e si deforma dei linguaggi del grottesco e della parodia, mettendo a nudo le debolezze dell’uno e dell’altro sesso alle prese con il grigiore dell’esistenza borghese”. Poi, qualcun altro ha definito “Le peggiori paure”, il miglior romanzo della Weldon (Fay Weldon, Le peggiori paure, Roma, Fazi, 2002).

 

         

Si inizia con una morte improvvisa; Ned, noto critico teatrale, muore stroncato da un infarto all’alba, nel cottage in cui vive, nella campagna, presso Londra. La moglie Alexandra si trova nel piccolo appartamento di famiglia, in città, dove temporaneamente risiede, quando è impegnata nell’attività teatrale (è, infatti, un’attrice di teatro affermata e richiesta).

A partire dalle prime pagine e nel corso del romanzo l’autrice ci delinea con precisione la figura di Alexandra; una donna di classe, un attrice di talento e di successo, disibinita quel tanto che ci si può aspettare da chi vive nel mondo dello spettacolo, ma senza eccessi (nel corso di una rappresentazione, per la rottura della bretella del vestito, reciterà a seno nudo, ma Alexandra sostiene che di “incidente” si era trattato, anche se quasi nessuno le crede e se il fatto, poi, nel corso della storia le verrà addebitato come segno di lussuria); è felicemente sposata con Ned, che è al suo secondo matrimonio (così almeno pare all’inizio della storia).

Alexandra viene avvertita, alle sei di mattina, dall’amica Abbie del tragico evento. Pur innamoratissima del marito, reagisce con compostezza alla ferale notizia, non tralasciando, comunque di porre delle domande, in ordine allo svolgersi dei fatti, tanto più che appare singolare come l’amica l’abbia avvertita, in un’ora in cui si suppone tutti siano a dormire nel proprio letto.

A questo primo interrogativo, con domanda acclusa, ne seguono altri, con annesse domande e dalle risposte che via via riceve, Alexandra si rende progressivamente conto, che il marito non era quell’uomo innamorato che credeva, rivelandosi piuttosto come il meschino “titolare” di un vero e proprio harem (e non sarà l’unico aspetto negativo del “caro estinto”).

La prima ad entrare prepotentemente in quella che può essere definita la vita parallela di Alexandra (quella cioè che scorreva accanto a lei, senza che la protagonista si accorgesse di nulla), è Lucy Lint. E’ un tipo, senza dubbio alcuno, singolare; la mattina in cui Ned era passato a miglior vita era là da lui, che impazzava, urlando e singhiozzando, per tutto il cottage, completamente nuda, finché qualcuno non le aveva buttato addosso una camicia da notte.

Ricordiamo, subito, come la Veldon sia una maestra nel dipingere caratteri e situazioni, puntando egregiamente sulla categoria del “colloquio”, con dialoghi serrati e stupefacenti.

All’inizio, Alexandra  pensa che il tutto sia ascrivibile ad una vera e propria follia di Lucy, che avrebbe sì bramato suo marito, il quale, in definitiva, altro non sarebbe stato che una vittima, un molestato; non era possibile, infatti, un confronto tra lei stessa, bella e raffinata e Lucy, dalla silouette di un cubo. Ma poi i fatti e le varie confessioni dei vari copprotagonisti, si incaricano di cambiare la versione; Ned sarebbe morto nel corso di un amplesso con Lucy, che altro non era che la sua amante, o meglio, una delle sue amanti.

         Ben presto, infatti, viene il turno della stessa Lucy di cedere il passo, in relazione al film della morte di Ned, all’amica Abbie, colei che aveva asserito di essersi semplicemente trovata alle sei di mattino a passare dalle parti del cottage di Ned. Era, invece, a letto con lui ed aveva condiviso i suoi ultimi momenti, liquidati con un molto prosaico “è venuto e se n’è andato”!!!, esempio lampante del linguaggio grottesco della categoria del black humor.

         Ma il bello è che Alexandra, oltre a rendersi conto di non essersi mai accorta di nulla (la vita parallela che le scorreva a lato), vede tutti, ma praticamente tutti, mettersi contro di lei.

         Alexandra ha un bambino di quattro anni, che al momento della morte del padre è dalla nonna materna; il bambino sembra assolutamente disinteressarsi del padre, che, così gli raccontano, sarebbe entrato in un bosco dal quale non sarebbe più tornato. Sembra essere assolutamente indifferente al fatto che il padre ritorni o meno; della madre non si cura; non vuole assolutamente tornare a casa, visto che dalla nonna, la gatta di casa ha dato alla luce quattro gattini, sui quali è concentrato.

         La madre di Alexandra, spalleggiata dal marito (è al suo quarto matrimonio) non ha alcuna intenzione di cedere il nipote alla figlia (con la scusante che Alexandra è sotto stress), facendo nascere il legittimo sospetto che glielo voglia togliere del tutto. Per di più è lei stessa ad alimentare le chiacchiere che la figlia abbia avuto una relazione con un attore (che dovrebbe essere un gay, con una qualche limitata escursione, in gioventù, nel mondo dell’eterosessualità) e che abbia così tradito il povero Ned. Tutti, ovviamente, trarranno la conclusione che il bambino sia figlio del presunto amante di Alexandra; e questa sembra essere stata anche l’opinione di Ned, visto che nel testamento non lascia nulla a moglie e figlio!

         Nell’impietosa descrizione dei vari personaggi che compaiono nel romanzo, così non si salva nessuno.

La palma dell’odiosità (a parte il defunto) dovrebbe spettare al fratello di Ned, che giunge nel cottage per organizzare il funerale, vi si insedia immediatamente come ne fosse il proprietario. Non è passato un giorno dalla morte di Ned, con il cadavere ancora all’obitorio, ed eccolo che esplicitamente chiede alla cognata di avere rapporti sessuali con lui. Al rifiuto di lei, si darà da fare e renderà note lettere ricevute dal fratello per mettere in cattiva luce Alexandra; tra queste la prova di un altro, di un primo matrimonio di Ned, mai sciolto, che rende nulli gli altri due, privando così di ogni tutela legale e di ogni avere Alexandra e il figlio, che si troveranno, addirittura, senza casa (erede del tutto l’oscena Lucy Lint).

Con poche, ma efficaci, pennellate è così descritta quella che Alexandra credeva fosse la prima moglie di Ned (e che risulta invece essere la seconda), che, appena saputo della sua morte, si istalla nel piccolo appartamento di Londra, intimando ad Alexandra, reputata da lei una puttana ed una rovina famiglie, di lasciare l’alloggio entro due mesi.

Il cerchio si allarga. Le faccende di casa erano affidate ad una ragazza, voluminosissima, un vero e proprio armadio vivente; ed ecco che la sua casa è piena di costosissimi (e storici) oggetti di famiglia, che Ned le ha regalato.

Lucy Lint si presentava tutte le mattine a casa di Ned e per portare a passeggiare il cane; anche il cane, quindi, abbandonato dalla sua accompagnatrice, incomincia a rivoltarsi contro la padrona e più di una volta si trova a ringhiare ad Alexandra.

Ma è tempo di lasciare i lettori al piacere di gustare lo svolgersi di tutte queste situazioni e di lasciarsi prendere dallo “scoppiettio” delle conversazioni; naturalmente, nulla diciamo del finale e della strabiliante uscita di scena della “nostra” Alexandra, per la quale abbiamo tutti fatto il tifo nel corso della lettura.

 

 

 


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