05 aprile 2007

Dario Ghelfi

 

Palazzo Yacoubian

 

         Un palazzo signorile, che porta il nome del ricco armeno che l’ha costruito, negli anni trenta, è il centro attorno al quale ruotano le storie di una Cairo moderna, che ‘Ala Al-Aswani, ci presenta, con tutte le sue contraddizioni (‘Ala Al-Aswani, Palazzo Yacoubian, Milano, Feltrinelli).

 

 

 

 

 

Storia del palazzo e dei suoi inquilini, che cambiano, in relazione ai tempi, con una certa discesa nella scala sociale, quando ai ricchi borghesi dell’anteguerra, si sostituiscono i generali della rivoluzione nasseriana e poi via via, sino ad arrivare agli umili ospiti del terrazzo ( e siamo al terzo millennio). Dal punto di vista temporale i riferimenti sono l’ora (il libro è uscito in Egitto nel 2002) e la rivoluzione dei Giovani Ufficiali del 1952, che rovesciò la dinastia creata nell’ottocento da Mehemet Alì, il fondatore dell’Egitto moderno.

 

         Dal punto di vista narrativo, il romanzo si muove lungo storie parallele, che non sempre hanno in comune i protagonisti (solo in un caso i protagonisti di un filone si intersecano con quelli di un altro), ma che ci danno uno spaccato della società egiziana di oggi. Ancora una volta la letteratura si mostra lo strumento più idoneo a comprendere un Paese ed i suoi problemi, perché all’interno delle singole vicende raccontate, ‘Ala Al-Aswani mostra una rara maestria nel denunciare i mali dell’Egitto, tra cui si eccellono la corruzione, l’ipocrisia e la violenza. D’altra parte l’autore, un dentista del Cairo,  non nasconde la sua profonda avversione al regime di Mubarak, così come abbiamo potuto leggere nell’intervista che ha dato al giornale italiano “Liberazione”, il 24 gennaio u.s.

 

 

 

 

 

 

 

Le storie.

La prima vede coinvolti Zaki Bey Al.-Dusqi, che risulterà una delle poche figure positive del suo romanzo, che nell’incipit ci era apparso, invece, come un parassita, un decadente ganimede, continuamente indaffarato a conquistare (con il denaro) fanciulle, nonostante l’età non più giovanile. Ha più di sessant’anni e la sua ultima amante (la storia con la quale avrà un epilogo insospettato, che non vogliamo svelare al lettore) dice, crudelmente, che sa odore “di vecchio” (e questo dovrebbe far riflettere tutti coloro che con il denaro si illudono di comprare l’amore dei giovani). Una ragazza, Buthayna, che era stata la fidanzata del giovane Taha Al Shadhli, che incontreremo in un’altra storia, esce vincitrice nella sua battaglia per la vita, anche in relazione alle miserie che affliggono il suo amante. E qui c’è un primo assaggio dei rapporti sociali nella società egiziana. Zaki Bey Al.-Dusqi ha un contenzioso con la sorella, certa Dalwat, che lo ha cacciato dall’appartamento, ereditato dal padre, in cui vivono entrambi (Palazzo Yacoubian è solo la sede del suo “studio”, in realtà un “pied à terre”. La sorella sta manovrando la polizia contro Zaki, per interdirlo e fagocitare tutta l’eredità; il “nostro” si rivolge ad un avvocato il quale : “ … gli assicurò che i tempi della legge erano lunghi e che la migliore soluzione in tali circostanze era l’uso della forza. Avrebbe dovuto assoldare (purtroppo) alcuni delinquenti che avrebbero buttato fuori Dalwat dall’appartamento impedendole di rientrare. In questo caso sarebbe stata lei a ricorrere ai tribunali. Era l’unica soluzione in simili conflitti”. Naturalmente Zaki non ricorre al consiglio dell’avvocato e, quasi in opposizione al suo disimpegnato modo di vivere, lui che era stato colpito nei suoi averi dalla rivoluzione nasseriana, verso la quale non nutre alcuna simpatia, “rimprovera” la sua giovane amante, per la sua mancanza di “ideali”. Il dialogo tra i due, ci dice molto sui problemi della società egiziana e suoi giovani: “ … Non riesco a capire la vostra generazione. Ai miei tempi si amava la patria come la religione. Molti giovani sono morti lottando contro gli inglesi.  Buthanya si tirò su a sedere dicendo: “Manifestavate per cacciare via gli inglesi? La situazione è migliorata da quando se ne sono andati?” “La causa della decadenza del paese è la mancanza di democrazia. Se ci fosse un vero governo democratico, l’Egitto sarebbe una grandissima potenza. La dittatura ha rovinato l’Egitto e gli effetti inevitabili della dittatura sono la povertà, la corruzione e il fallimento in ogni campo”  “ … Mi piacerebbe vivere in un paese pulito, dove non ci siano sporcizia, povertà e ingiustizia. Sai, il fratello di una mia amica è stato bocciato per tre anni di seguito e ha deciso di partire per l’Olanda. Si è sposato con un’olandese e si è fermato là. Ci ha detto che all’estero non c’è ingiustizia, né sfruttamento come da noi. Ognuno prende ciò che gli è dovuto per diritto e la gente si rispetta: lo spazzino viene trattato con riguardo …”.

C’è poi la corruzione che si mostra come il vero motore di questa società, una vera e propria struttura del malaffare, cui fa da supporto l’ineffabile categoria degli sceicchi.

Nella storia di Mohammed ‘Azzam, compaiono, insieme, la corruzione, l’ipocrisia e la violenza. Il protagonista si lega ad una sorta di “principe” dei corruttori e dei voltagabbana, tale Kamal Al-Fuli, decano dei deputati, che gli vende praticamente un seggio all’Assemblea Nazionale, chiedendogli poi il 25% degli introiti, su un grande affare che la sua nuova posizione gli permesso di concludere con successo. Ma c’é dell’altro. Accortosi, attraverso una polluzione notturna, di avere ancora qualche possibilità sessuale, nonostante l’età, ancora una volta non giovanile, ricorre, per il tramite di un compiacente sceicco, ad una sorta di matrimonio che definiremmo “aggiuntivo”, nel senso che deve rimanere segreto (nulla deve sapere la moglie) e che coinvolge una povera vedova “bianca” (il marito é andato in Irak e non ha più fatto ritorno e ne é stato decretata la morte presunta), tale Su’ad  Gaber. La trattativa avviene per il tramite del fratello di lei, Hamidu, a connotare la posizione assolutamente subordinata della donna, vittima continua delle violenze maschili (le giovani commesse, ad esempio, sempre debbono sottostare, pena il licenziamento, alle molestie dei loro lascivi ed attempati datori di lavoro).  Su’ad  Gaber accetterà questo “matrimonio” (che tanto assomiglia ai “matrimoni a tempo” del “religiosissimo” Iran), fingerà di godere, mentre prova ribrezzo per il sui vecchio amante, il tutto per poter mantenere il figlioletto che, tra l’altro, per contratto matrimoniale, non può tenere con sé (“ … aveva accettato di concedersi a un vecchio dell’età di suo padre, di sopportarne il peso, l’oppressione, il volto pieno di rughe, i capelli tinti e la virilità appassita, di fingersi soddisfatta quando ne aveva ancora voglia, di fremere di pacere”). Proverà su di sé l’arroganza e la violenza degli uomini, quando verrà gettata via come una scarpa usata.

Se significative sono anche le piccole storie dei personaggi minori, di Abaskharon (il domestico di Zaki) e di suo fratello Malak, nel loro arrabattarsi quotidiano, nei loro infimi progetti, cruciale é la vicenda di Taha Al Shadhli.

Povero, figlio dell’umile portiere del palazzo, studioso, morigerato, fidanzato dell’esuberante Buthayna, che veste in minigonna, ha un solo sogno: entrare nella polizia (e poi sposare la sua ragazza). All’esame di ammissione, tutto va bene, finché il generale Presidente della Commissione, si accerta della sua posizione sociale. Respinto! La reazione del giovane é in pure stile legalista: scrive un reclamo al Presidente della Repubblica (evidentemente c’è un apposito Ufficio presso la Presidenza della Repubblica); nella risposta, che regolarmente gli perviene, si legge che l’Ufficio, esaminata la questione, con lo stesso Generale Presidente la Commissione, ritiene infondata la sua protesta. Il mondo crolla su Taha, che, in alternativa si iscrive all’Università, dove incontra e fa amicizia con dei giovani che gli presentano lo sceicco Shaker, che tiene le file di un’organizzazione integralista, che poi organizzerà una manifestazione studentesca, contro la partecipazione dell’Egitto alla Guerra del Golfo (la prima). Arrestato nottetempo,  Taha viene brutalmente e selvaggiamente picchiato in carcere e, per dieci volte, violentato con un bastone (certamente non fantasie letterarie, perché é di dominio pubblico il trattamento subito in Egitto dallo sceicco Abu Omar, rapito in Italia da agenti della CIA americana e consegnato alle autorità egiziane). Uscito dal carcere, travolto e dall’odio ed ossessionato dal desiderio della vendetta, Taha, che si vedrà anche respinto da Buthayna, che non tollera il suo fanatismo religioso, si addestrerà in un campo segreto diretto dallo sceicco Shaker e si avvia al suo destino di terrorista.

         Ultima storia, per definire il quadro, di una Cairo di cui pochi ancora ricordano il cosmopolitismo, la vita notturna, i bar eleganti e alla moda e per la quale l’autore sembra quasi indulgere ad un certo rimpianto (quando, certamente con un atteggiamento servile nei confronti delle potenze coloniali, vi si festeggiava il Natale come nelle città europee), quella di Hatim Rahid e di Abdu. Il primo é un raffinato, ricco ed intelligente omosessuale ed il secondo il suo ultimo “compagno”, un rude, poverissimo ex soldato del sud dell’Egitto. E’ una storia triste, di cui facilmente si intuisce la fine tragica, in un Paese in cui l’omosessualità è un reato.

            

 

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