04 settembre 2007
Beppe

Giorgiogiovane, Clemenceau e Von Klausewitz

C'era un tempo in cui i politici e i generali pensavano prima di parlare e poi dicevano delle cose che venivano citate per secoli.
Mi pare utile ricordare due espressioni passate alla storia, magari attribuite come un aneddoto più o meno credibile, ma degne di essere citate a costo di diventare luoghi comuni:

La guerra è cosa troppo seria per essere affidata ai generali (Clemenceau)

La guerra è la prosecuzione della politica con altri mezzi (Von Klausewitz)

Oggi abbiamo invece Giorgiogiovane che va in visita ai prodi soldati che difendono eroicamente la libertà dei potenti; vuole rincuorarli e assicurare, in risposta al coro di dissenso che lo circonda in patria, che la dimensione del minuscolo avamposto di civiltà potrebbe diminuire, se i selvaggi impareranno a comportarsi bene; insomma un po' di soldati potrebbero anche rimpatriare . . . però . . . ahimè "è una decisione non politica, che spetta ai militari, ma se i progressi in Iraq continueranno sarà possibile cominciare a diminuire il numero dei soldati americani" . Ora, se il virgolettato tratto da un giornalino free-press è credibile, è
chiaro che secondo il nostro, non è un compito della politica decidere la fine delle guerre.
L'inizio sì; mi pare di ricordare che un generalone di quelli che contano non era d'accordo per cominciarla, ma stavolta i politici (o chi pilota i politici) non hanno accettato e hanno deciso di esportare la democrazia, merce che i fatti hanno poi dimostrato non essere molto richiesta su quei mercati.

Così Giorgiogiovane ha dato grandi pacche sulle spalle e si è fatto fotografare con soldatini e soldatesse carine come la torturatrice di Abu Graib. Tutti sorridenti e fieri del compito che la storia ha loro assegnato.

Peccato solo che i loro larghi sorrisi siano così forzati, anche la pubblicità è cosa troppo seria per farla fare ai militari.

 

 

 

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