Dario Ghelfi

4 ottobre 2005

 

L’IRRUZIONE DEL GIALLO CINESE

 

         E’ ormai accettata e riconosciuta dai lettori la tesi che il “giallo” abbia assunto, in questo nostro momento storico, la connotazione di vero e proprio “romanzo sociale”. Sappiamo tutti come, attraverso l’indagine, con i suoi protagonisti che macinano chilometri e chilometri di strade (spesso a piedi), visitano innumerevoli luoghi di lavoro ed abitazioni, parlano con le più diverse sfaccettature di un’umanità spesso dolente, quasi sempre disincantata, il lettore si trovi di fronte ad una rappresentazione cruda della società che fa da sfondo alle vicende narrate. Quando la storia “gialla” narrata non diventi, essa stessa, un pretesto per raccontare di quella società (come vedremo in “Nordest” di Carlotto-Videtta, nostro prossimo appuntamento). Pensiamo un attimo ai grandi, ad esempio, alla classica Agatha Christie, che fa muovere i suoi personaggi esclusivamente nel mondo della nobiltà e della ricca borghesia, che si svela, nella sua doppiezza e malvagità, attraverso la prosa contenuta della scrittrice, o ad Anne Perry che mette a nudo il verminaio che si nasconde sotto la facciata del perbenismo e della morale ipocrita dell’epoca vittoriana, o a  Ed Mc Bain, nei cui romanzi la “procedural detection” si arricchisce con il “lavoro di piedi”, che porta gli uomini del celeberrimo Distretto a bussare a centinaia di porte (dalle grandi suites dei palazzi esclusivi, alle maleodoranti stamberghe dei quartieri malfamati) e a parlare con centinaia di persone, offrendoci uno spaccato di vita di una grande metropoli americana.

         In questo secolo che ha tutta l’aria di puntare sull’Asia e sui Paesi che sia affacciano sull’Oceano Pacifico, la Cina, quella Cina che sta prepotentemente imponendosi sulla scena mondiale, quella Cina che sta cambiando a ritmi inimmaginabili per l’Occidente, ecco che irrompe da noi, non solo con le sue merci, ma con la sua letteratura. In questo contesto scegliamo un volume, una sorta di giallo-noir (dove tutto è torbido, tutti sono cattivi; qui non è proprio così, anche se non sono molti i personaggi “buoni” ed anche quelli faticano a rivelarsi tali), “La misteriosa morte della compagna Guan”, di Qiu Xiaolong, edito da Marsilio, nel 2002, che ha come protagonista un singolare ispettore capo, Chen Cao, responsabile della squadra casi speciali, divisione omicidi, del Dipartimento di polizia della città di Shanghai.

         Chen Cao è un poliziotto e contemporaneamente un poeta, i cui versi, pubblicati anche in giornali non specialistici, incontrano successo, diventando un tramite di lodi ed apprezzamenti per ilo loro autore, anche nel settore professionale, della polizia, e del Partito Comunista. Perché del Partito Comunista Chen Cao è un iscritto, di per sé fedele, convinto che la verità debba comunque emergere, anche se dovesse portare alla rovina membri di quello stesso Partito. Il problema è quello di individuare quelli che sono gli interessi del Partito, bene superiore che è illecito porre in discussione, che potrebbero essere toccati (o no?) dal coinvolgimento di suoi membri influenti, o di figli della nomenclatura.

         Ed è qui che l’autore coglie la prima contraddizione nel vertiginoso mutamento in atto nella società cinese; i figli dei quadri dirigenti, i figli dei Gao Gan, vera e propria nuova classe, ferocemente odiata dal resto della popolazione. Poiché i sospetti, in merito all’uccisione della compagna Guan, cadono su un figlio di un quadro, la questione rimane centrale in tutta la storia, che si snoda per più di cinquecento pagine.

         Chen Cao ed il suo “vice” Yu Guangming si muovono (Chen Cao andrà anche in missione a Guangzhou), parlano con un mucchio di persone (anche e spesso con personaggi che si pongono al limite della legalità), visitano ristoranti ed abitazioni, hanno contatti con esponenti del Partito: si delinea così un quadro della nuova società cinese, che si muove tra il nuovo che avanza impetuosamente ed il vecchio che si staglia sullo sfondo.

         Alcuni elementi di questo magma confuso e tormentato si stagliano con chiarezza:

1.     l’ossessionante problema degli alloggi, spesso il premio più ambito per una carriera fulminante. Quello che manca nelle città è lo spazio, una carenza che uccide il privato e che diventa ossessione quotidiana: camere-appartamento, corridoi in comune con cucine individuali, ecc.;

2.     il ricordo, altrettanto ossessivo, della rivoluzione culturale, attraverso la quale sono passati tutti i personaggi che compaiono nella storia, a prescindere dai più giovani, non coinvolti per ragioni di tempi,

3.     il patetico “tramonto” dei vecchi quadri anziani, che cercano disperatamente di mantenere potere o funzioni; dal vecchio quadro che si illude di collaborare all’indagine (a suo modo, avendo sempre come fonte di guida quello che presume essere il supremo interesse del Partito Comunista, che nel caso specifico assume come necessità di affossare l’inchiesta, perché il coinvolgimento di figli di Gao Gan, aumenterebbe la sfiducia del popolo per il Partito stesso), al padre ex poliziotto del vice di Chen Cao, che aiuta il figlio e l’ispettore capo, perché così si sente ancora in servizio,

4.     il crollo delle figure dei “lavoratori” modello, perno della propaganda del Partito, che si mostrano, come nel caso della lavoratrice modello Guan (la vittima, attorno alla quale ruota tutta la storia), nella loro ambivalenza esistenziale, vittime di un sistema che intendeva controllare, anche nei più insignificanti dettagli, la vita privata delle persone, interferendo, nel caso dei militanti nelle loro scelte di vita (il matrimonio),

5.     le contraddizioni esplosive di un periodo storico, in cui il nuovo convive con il vecchio (Deng Xiaoping, nello sforzo di spingere avanti le sue riforme, aveva promosso alcuni giovani funzionari del partito cosiddetti “riformisti” all’interno della politica di pensionamento dei quadri. Non rappresentavano una reale minaccia per coloro che stavano ai massimi livelli, ma erano un serio problema per la maggior parte dei vecchi quadri dei ranghi bassi. Quindi alcuni di loro si erano alleati contro la riforma. Dopo la movimentata estate del 1989, Deng dovette calmare questi vecchi quadri, in pensione o sul punto di andarci, resuscitando in parte la loro influenza. Era stato mantenuto un sottile equilibrio … Non si trattava di un equilibrio stabile. I vecchi quadri erano sensibili ad ogni mossa dei riformisti …”. Nello specifico della “nostra” storia le indagini dirette contro un figlio di Gao Gan, potevano erano interpretate anche come un attacco ai vecchi quadri), a fronte di un nuovo che tutto sembra travolgere. I nuovi mercati privati che declassano i vecchi (con i loro prezzi contenuti, “statali”, ormai un ricordo; quando, eccezionalmente, compare un prodotto con il prezzo statale, non arriva mai al consumatore, fagocitato immediatamente dagli addetti); il settore dei servizi (ristoranti, locali notturni) che aumenta a dismisura, con imprenditori che si muovono ai limiti della legge o comunque a prescindere dalla legge; l’attrattiva del sesso (la compagna, lavoratrice modello, che nessuno ha mai visto con un uomo, che aveva rinunciato a sposare un uomo che amava per il non gradimento del Partito, è l’amante di un figlio di Gao Gan e, come tante altre ragazze, si fa  fotografare nuda ed in pose oscene), a fronte del vecchio moralismo, che ancora sancisce che le camere matrimoniali, negli alberghi, possono essere prese solo dalle coppie regolarmente sposate.

Ma su tutti si staglia la figura del protagonista (che lo sarà anche in un successivo libro dello stesso autore, tanto da prefigurare una serie), che non sfugge alle contraddizioni che segnano questa società cinese in evoluzione.

Abbiamo già visto che è un poeta (il romanzo, tra l’altro, è ricchissimo di citazioni di poeti del periodo classico della Cina) e la poesia, puntualmente contrassegna i vari passaggi del racconto; è un uomo dall’atteggiamento riservato, gentile, legato a suoi principi morali, che gli impediscono, innamorato di una giovane giornalista, di diventarne l’amante, quando la ragazza gli dice che di lì a qualche mese intende raggiungere il marito, che era precedentemente fuggito in Giappone; è un appassionato di cucina, tanto che non si contano le ricette ed i piatti che si incontrano nel corso della narrazione (una sorta di sorpresa per il lettore, che difficilmente poteva avere l’idea della “smisurata e meravigliosa” gastronomia cinese).

E la contraddizione lo coinvolge e lo cattura, senza movimenti bruschi, con leggerezza e con naturalità, senza rumori assordanti e veste quei colori della mitezza e dell’amore che fanno sì che il suo dramma stenti ad essere riconosciuto come tale. Ed è questo che fa la grandezza del romanzo e della sua conclusione. Ad un certo momento tutto sembra perduto, perché un vecchio quadro ha messo in moto un meccanismo che mira a bloccare l’indagine sul sospetto, figlio di Gao Gan, perché avrebbe dei riflessi negativi sull’immagine del Partito presso il popolo. Chen Cao è posto in una specie di limbo, in una sorta di non istituzionalizzata sospensione dal servizio (ma sicuramente dall’indagine, che passa ad altri). Ed allora compie un’azione che non vorrebbe mettere in atto e di cui il lettore non afferra immediatamente l’importanza, anche se nel corso della storia c’erano stati degli indizi, dei cenni, che sembravano non cogenti con la storia stessa.

Ma “La strana morte della compagna Guan” è anche un giallo e c’è una legge non scritta che vieta di parlare della conclusione di vicende simili; al lettore il piacere di gustarla personalmente.

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