4 marzo 2011   Dario Ghelfi

 

 DONNE SENZA UOMINI

 

E’ del 2009 “Donne senza uomini”, dell’iraniana Shirin Neshat, ma la storia che racconta è ambientata nel 1953, quando, a seguito della crisi innestata dalla nazionalizzazione dell’Anglo-Iranian Petroleum, un colpo di stato monarchico-militare abbatte il popolare e nazionalista di Mossadeq, appoggiato, anche, dal Partito Comunista Tudeh.

Crediamo opportuno, prima di svolgere le nostre riflessioni sul film, richiamare quel determinato periodo storico; rimandiamo, pertanto, ad una rapida ricognizione delle relative voci in Wikipedia[1].

          Neshat narra la storia di quattro donne: Zarin, una prostituta disperata, che fugge dal bordello perché non riesce più a “vedere” il volto dei suoi “clienti” e non riesce a “pulirsi”, dall’attività sino ad allora esercitata (toccante la scena nel bagno pubblico); Fakhiri, sposata infelicemente ad un generale dell’esercito, ormai donna di mezza età, che ha smesso di cantare e che rivede l’uomo amato un tempo; Muniz, una stupenda ragazza che vive per la politica e che anela a partecipare alle vicende che agitano in quei momenti il suo Paese e che è letteralmente tenuta prigioniera da un fratello-padrone, fanatico religioso, integralista; Faezen, la timidissima amica di Muniz, di cui, incredibilmente, ama lo sgradevole fratello.

          La vita di queste donne è, sostanzialmente una non vita e la regista gioca con le loro storie, mescolando sapientemente la realtà con il sogno, rompendo di tanto in tanto la logica del racconto, con una serie di rimandi (significative le scene dell’inizio e del finale del film) e di incursioni nell’onirico. Tutto sommato, però, il racconto prosegue seguendo l’ordine cronologico dei fatti, con alcune limitate anacronie.

Ed ecco che si presenta a tre di queste donne, un rifugio in una improbabile “tenuta”, di proprietà di una di loro, Fakhiri, la moglie del generale; la “tenuta” diventa la metafora del luogo nascosto, del rifugio, una sorta di isola felice, con il suo bosco, con i suoi fiori, con i suoi ruscelli ed i suoi laghetti, i suoi cieli blu; una vera e propria tavolozza di colori (i colori sono un elemento importante in tutto il film e la regista li utilizza con maestria). Il luogo è reale e nel contempo non reale e là non ci sono uomini, al di fuori di un guardiano, silenzioso, disponibile e fedelissimo alla sua padrona. Il non-luogo dovrebbe essere vicino a Teheran, ma non c’é alcuna soluzione di continuità. Quando le donne vi si dirigono, non ci è dato di vedere che escono dalla città, non osserviamo un graduale passaggio dall’area urbana centrale, alla periferia ed, infine, alla campagna. E’ il nulla con una strada, diritta, che si spinge verso l’orizzonte; ai lati una vegetazione di erbe e di cespugli e al centro le donne, avvolte nel loro nero mantello, che camminano.

  

           Il racconto si muove alternativamente tra la Teheran sconvolta dalle manifestazioni e dalle azioni dei comunisti del Tudeh (le case dove vivono le donne è, invece, una Teheran ferma, come fissata in quadri, quasi immersa in un profondo vuoto, le case bianche, il cielo blu e silenzio) e la vita serena e tranquilla, irreale, della “tenuta”.

Rimasta in città, Muniz partecipa alle iniziative, anche clandestine, dei sostenitori di Mossadeq, a fianco di un giovane militante comunista che ha conosciuto per caso e di cui si è, certamente, innamorata.



 

           La rappresentazione di questi mondi contrapposti (le case anonime dove vivono le donne, la Teheran rivoluzionaria, la “tenuta”) è diversa. Stilisticamente negli interni delle case il montaggio è lento; silenzio, primi piani; nelle scene della città, agitata dalle manifestazioni (con manifestanti uomini e donne, senza veli o chador, che il tristissimo e lugubre nero è della successiva rivoluzione khomeinista), il montaggio è rapido, veloce; dominano le carrellate, i campi lunghi e lunghissimi, con zoomate dinamiche, in avanti ed indietro, sui giovani ribelli; nella “tenuta” il montaggio è, di nuovo, lento, con continui primi piani e primissimi; i volti delle donne e la natura (la luce che filtra tra gli alberi) ne sono i protagonisti.

Il senso di pace che vi domina agisce sulle protagoniste; Fakhiri riacquista la sua serenità, la disperata Zarin sembra riprendersi, la mite Faezen sembra scoprire  con gioia anche una sua sessualità, già offesa dallo stupro che aveva indotto Muniz a farla allontanare dalla città.

Ma Mossadeq cade, travolto dal colpo di stato organizzato dai servizi segreti occidentali; la repressione colpisce duramente; i soldati irrompono nei locali dove si trovano Muniz ed i suoi compagni; il giovane, di cui é innamorata, per sfuggire alla cattura, uccide un soldato, un ragazzo, per sottrarsi alla cattura. Muniz ne rimane sconvolta, non lo segue nella fuga ed ha la percezione che tutto sia finito. E’ sorprendente come l’immagine dei soldati della repressione non appaia legata ad una specifica ambientazione geografica; questi soldati iraniani, elmetto e fucile imbracciato, corrono e si muovono come i soldati cileni, che abbiamo visto ne “La casa degli spiriti”, spietati automi, esecutori della violenza, là di Pinochet, qui dei generali dello Scià.

E, così, la realtà riprende il possesso della “tenuta”; Fakhiri ne è lo strumento inconsapevole, quando organizza una grande festa, invitando moltissima gente dalla città e del suo ceto sociale. I segni premonitori c’erano già stati; l’improvviso collasso di un albero, la febbre che aveva assalito Zarin. La realtà riprende il sopravvento nelle vesti di un’irruzione, conclusasi poi senza violenza, dato che tutti gli ospiti (esponenti dell’alta borghesia pseudolaica) si affrettano a proclamare la propria fedeltà allo Scià, mentre assistono, al pranzo improvvisato dell’ufficiale e dei soldati, seduti ad una tavola appositamente imbandita, in una scena grottesca, con gli invitati alla festa che guardano i militari mangiare. La realtà assume anche la veste della presenza dell’integralismo religioso, con l’arrivo (non si capisce invitato da chi) dell’odioso fratello di Nazin, che vorrebbe portare con sé Faezen, per sottrarla a quell’ambiente che definisce di debosciati, offrendole la sua casa (in realtà una vita da prigioniera, da concubina, dato che si è da poco sposato ed ha una moglie legittima). Il rifiuto e la ribellione di Faezen rappresentano una delle poche speranze che il film ci lascia, dopo il trionfo della non vita, che chiude la parentesi liberatoria della “tenuta”.

Molti critici hanno evidenziato come il film risenta delle esperienze che la regista nel mondo dei videomakers; ricordiamo, ancora, come la colonna sonora veda la partecipazione di Ryuichi Sakamoto, capace di fondere i più svariati generi dalla musica, da quella classica, a quella elettronica alla pop music.

 


 
[1] http://it.wikipedia.org/wiki/Tudeh

http://it.wikipedia.org/wiki/Mohammad_Mossadeq

http://it.wikipedia.org/wiki/Stati_Uniti_nella_Crisi_Iraniana_(1951-1953)

http://it.wikipedia.org/wiki/Mohammad_Reza_Pahlavi

Il rimando a Wikipedia NON vuole assolutamente significare l’accettazione acritica di quanto sull’argomento si legge nelle voci della notissima “enciclopedia libera”, perché, in particolar modo quando si tratta di questioni afferenti alla politica, alla storia (specie se recente), occorre allargare l’indagine, leggere più testi, procedere, nei limiti del possibile, ad una critica (se non proprio validazione) delle fonti, cui si è avuto accesso.  D’altra parte è nella stessa Enciclopedia che incontriamo finestre che mettono in guardia il lettore:

 

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