04 giugno 2004

Dario Ghelfi                             

 

                  DIRITTO DI PROPRIETA’ E RIGORE DELLA LEGGE

 

 

         In questi giorni che precedono elezioni, che possono rivelarsi decisive per il futuro del nostro Paese, in questi giorni in cui possiamo verificare l’uniformità delle voci televisive, tutte spalmate sulle veline della Casa Bianca, tese ad esaltare la missione di civiltà degli Stati Uniti (che si sta realizzando con il nuovo governo irakeno, di propria stretta nomina, ma questa volta con il timbro ONU), può essere passata inosservata una notizia, una notiziola che, comunque la dice lunga sull’aria che tira in questa nostra Europa, a livello di liberalismo imperante.

         Il 21 maggio scorso, il senato italiano aveva approvato un decreto (chiamato Urbani, dal Ministro dei beni Culturali proponente) contro la pirateria informatica, che arrivava a punire, anche con la reclusione fino a quattro anni, chi scaricasse da Internet file musicali o filmici. Il grave era che il testo di legge equiparava chi scaricava ad uso personale e chi lo faceva a scopo di lucro. In definitiva, così leggiamo in “Liberazione”, “un ragazzo o una ragazza che scaricano da internet il cd del loro cantante preferito rischiano di essere condannati fino a quattro anni di prigione”. Il bello (si fa per dire) che, per una volta tanto, il decreto approvato non sarebbe esclusiva farina del sacco di questo nostro governo, ma troverebbe la propria fonte di ispirazione in una qualche direttiva europea (il che la dice lunga sul tipo di Europa che si va a costruire).

         Ovviamente ci sono state proteste (c’è stato anche un attacco ai siti internet del Ministero dei Beni Culturali), dei politici, fortunatamente, si sono impegnati ed ora sembra che ci sia stata una sorta di marcia indietro, con il Ministro per l’Innovazione e le Tecnologie, Stanca, che ha presentato un disegno di legge che, leggiamo su “la Repubblica”, renderebbe “penalmente perseguibile soltanto la pirateria “a scopo di lucro”.

         Tutto è bene, quel che finisce bene.

I giovani però traggano da questa vicenda il dovuto insegnamento: quando si tocca il diritto alla proprietà, bisogna stare molto attenti. Quel rigore della legge, quella certezza della pena, di cui tanti, giustamente, lamentano la scarsa incidenza in Italia, possono ben essere di casa, quando in ballo ci sono i soldi e le multinazionali.

 

a distanza di un anno si aggiunge un'altra perla a quanto segnalato da Antonella nell'aprile 2003 a ennesima dimostrazione di dove sono i "poteri forti"
non vorrei comunque dimenticare che tutto ciò serve (o vorrebbe servire anche) a proteggere gli autori di opere d'ingegno da azioni di sfruttamento indebito;
sull'efficacia di tale protezione ci sono grossi legittimi dubbi, come ci sono dubbi sul fatto che tutto finisca bene, per dirla con Dario.
beppe

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