4 gennaio 2008  

Dario Ghelfi

IL CLIMA FURIOSO

 

         Il primo impatto con le pagine de “Il clima furioso” (meglio, comunque, il titolo inglese: funny weather) , rimanda immediatamente ai disegni, alle “storie” di Rius, il grande disegnatore-divulgatore messicano (di cui si sono perse le tracce nell’editoria italiana, mentre era abbastanza noto fino agli anni ’80), che affrontava con il fumetto le grandi questioni della politica internazionale e della storia delle classi subalterne. Quelli di Rius erano non tanto e non solo fumetti, ma un linguaggio specifico per raccontare, per affrontare problemi di forte spessore; è in fondo quello che dice la nostra autrice (Kate Evans, Il clima furioso, Roma, Arcana, 2007), quando in un’intervista a Queer, (l’inserto domenicale di “Liberazione” scrive, il 28.09.2007: “ … per me è molto importante che la gente non pensi “è solo un fumetto”. Sono convinta che sia importante che un libro come questo sia ben documentato scientificamente. E comunque una pagina piena di testo con un unico disegno sarà sempre meglio che una pagina di solo testo”.

 

 

 

 

 

         C’è in questo un evidente richiamo “pedagogico” alla potenza evocativa dell’immagine, all’iconicità come connotazione dell’intelligenza.

         Il disegno dell’Evans è asciutto, essenziale, ma fortemente incisivo, tanto che il “cattivo” della saga, arrogante e grasso, assomiglia molto ai prepotenti del grande Grotz. In ogni pagina uno spazio amplissimo è dedicato all’informazione scientifica, scritta, a mo’ di didascalia in ogni vignetta; non compare il classico “balloon” ma una sorta di “attaccatura” collegata al soggetto emittente da una lineetta che sostituisce il “delta”.

 

 

 

 

 

         Tutto il volume ruota attorno al dibattito che una vivace ragazzina ha con un grosso, mastodontico interlocutore.

 

 

         Le pagine, lo ripetiamo, sono documentatissime, rese con una sorta di linea chiara, senza sfondi, quando dialogano i due protagonisti. Ma le cose cambiano quando la Evans descrive dei fatti: ne “Il racconto dei sopravissuti di Latrina” domina il nero, irrompe nelle pagine e nelle vignette a sottolineare la drammaticità dell’evento.

 

 

 

 

 

         Che sia un testo documentato appare evidente laddove l’autrice redige il resoconto dei danni ambientali (vedi la pagina 21, con l’elenco scritto in caratteri minutissimi dei disastri, che hanno colpito la terra dal 1999), mentre l’immagine riacquista le proprie posizioni quando si rappresentano i macilenti africani, vittime della carestia.

 

 

 

         Né sono nascoste le responsabilità dei governi: la rinuncia del governo degli Stati Uniti, con un provocatorio Bush, al Protocollo di Kioto; a pagina 76 leggiamo una riflessione amara in ordine alla corsa al biocarburante ed a fianco una “fortissima” sequenza di vignette in verticale che illustra il dominio dell’auto sull’uomo.

 

 

 

 

 

         A conclusione un documentatissimo repertorio di note esplicative ed una Postfazione dedicata a “Il clima di casa nostra”, a cura di Lega Ambiente.

 

 

 

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