04 DIC 2002

CINEMA, ARTE SOLO FIGURATIVA ?

Parrebbe proprio di sì, a giudicare dalle recensioni che compaiono su quotidiani, settimanali e riviste specializzate; recensioni che quasi sempre si soffermano a riflettere e ad indagare sui contenuti dell’opera (ma sulla specifica questione di una critica di taglio essenzialmente contenutistico torneremo in seguito), che talvolta sottolineano pregi o difetti della fotografia, del montaggio, dei dialoghi, del ritmo ecc., ma che quasi mai riservano alla musica (ma anche ai rumori, ai suoni in genere e allo stesso silenzio) quelle attenzioni e quelle analisi che spetterebbero ad una delle fondamentali componenti espressive del cinema. Non vogliamo certo generalizzare : vi sono critici e storici del cinema che sanno non solo guardare, ma anche ascoltare. A Verona abbiamo lo straordinario esempio di Mario Guidorizzi, esemplare figura di scrittore, regista, critico e storico del cinema (chi scrive ha avuto anche la fortuna di averlo come docente di analisi strutturale nei corsi di Storia del cinema presso l’Università di Verona), che da vari lustri scrive, ricorda e sottolinea che il film va, appunto, visto e ascoltato.
Ma la maggioranza degli addetti ai lavori ci pare che tenda a sottovalutare l’apporto della musica. Una tendenza che stupisce non poco, se consideriamo che sin dall’epoca del muto i pionieri della nuova arte non mancarono di cogliere l’importanza dell’accompagnamento musicale e, in attesa di poter disporre delle tecnologie necessarie alla produzione del film sonoro (il primo, The Jazz Singer, sarà presentato il 6 ottobre 1927), dotarono le sale cinematografiche di pianoforte o di organo o, in occasioni speciali, di orchestre sinfoniche, attribuendo alla musica la specifica funzione di arricchire, a livello semantico ed emotivo, l’efficacia della scena.
L’estensore di queste note ha avuto l’opportunità di conoscere le emozioni che questo tipo di accompagnamento dal vivo sapeva suscitare, nell’ambito di un ciclo di proiezioni che Ugo Brusaporco, un intelligente critico veronese, dedicò alcuni or sono al cinema muto d’autore. Nell’occasione, ad una cinquantina di romantici cinefili fu regalata la visione di alcuni memorabili capolavori, fra i quali "Ali" di W.Wellman, "Il segno di Zorro" di Fred Niblo (regista di origini veronesi), con Douglas Fairbanks e "Il figlio dello Sceicco" di G. Fitzmaurice, con Rodolfo Valentino. Ci spiace pensare che ben difficilmente avremo la possibilità di rivedere sul grande schermo simili gioielli.
Ma torniamo al nocciolo della nostra riflessione e ascoltiamo, sul rapporto tra musica e film, la voce di un grande cineasta che iniziò la sua carriera all’epoca del muto, Alfred Hitchcock. In un’intervista di Stephen Watts pubblicata nell’inverno 1933-1934, il Maestro affermava: "La musica da film e il montaggio hanno molto in comune. Lo scopo di entrambi è di creare il tempo e la situazione emotiva della scena. . . . . . . . . . . . . . . . . .
Il fascino del cinema ha una base fondamentalmente emotiva, come quello della musica. Penso che trascurare la musica significhi rinunciare, volutamente o meno, alla possibilità di un progresso nel cinema."*
E il grande John Ford, che pure aveva confessato a Peter Bogdanovich di non amare la musica nei film, fece di essa un uso sicuramente moderato, ma raffinatissimo e certo non casuale. Basta ricordare, a tale proposito, la struggente melodia che in Alba di gloria accompagna il sofferto monologo di Lincoln (Henry Fonda) sulla tomba di Ann Rutledge, suo perduto amore giovanile, melodia che, ritornando più di vent’anni dopo in L’uomo che uccise Liberty Valance durante la visita di Hallie (Vera Miles) alla casa bruciata di Tom (John Wayne), stabilisce fra le due scene un preciso e metaforico legame che chiarisce, in termini poetici, la profondità del rapporto che univa Hallie all’uomo che pure aveva lasciato.
Altri e numerosi esempi si potrebbero fare, perché fortunatamente nessuno dei grandi autori di cinema si sognò di trascurare la musica, che si confermò invece stilema fondamentale dell’arte cinematografica e costituì l’essenza di un glorioso genere che avrebbe deliziato fortunate generazioni di spettatori : il musical, del quale avremo senz’altro occasione di riparlare
.

Ma per ricordare e sottolineare quanto la musica nel cinema sia stata capace di creare atmosfere, di intensificare emozioni, di evocare personaggi, di farsi metafora, forse non era neppure necessario scomodare i nostri miti (dimenticati, ormai ?), perché siamo certi che nella memoria di ogni cinefilo il volto malinconico di Celia Johnson e il 2° concerto di Rachmaninof, l’astronave nello spazio e i valzer di Strauss, l’harem di Mastroianni e la cavalcata wagneriana, la doccia di Janet Leigh e i frenetici violini di Bernard Herrmann sono conservati nella loro indissolubile unità poetica.

Domanda retorica, dunque, quella che ha dato il titolo alla nostra riflessione ?
Per noi sicuramente sì, perché siamo convinti che senza la musica e senza i suoni il cinema sarebbe stato altro da sé, sarebbe stato altro da quell’entertainment audiovisivo che ha costituito il crogiolo della multimedialità.
E allora, quando parliamo di cinema, pensiamo sia doveroso riservare attenzione profonda al commento musicale, per scoprire, e far scoprire, quelle magie espressive di cui esso è capace, magie troppo spesso ignorate e svilite in un rituale e stringato "Buone le musiche".
E a tutti noi, comuni ma appassionati spettatori, ci permettiamo di dire: al cinema, non dimentichiamo mai di ascoltare, solo così si aprirà la porta del sogno.

 

* Cfr. Alfred Hitchcock, Hitchcock secondo Hitchcock, a cura di Sidney Gottlieb, Baldini e Castoldi,

Milano, 2000, pag. 287.

Olinto

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