3 settembre 2005
Dario Ghelfi

 

 

 

Madre del riso

 

     Ancora un racconto al femminile, una storia di donne, scritta da una donna del sud del mondo: Rani Manicka, Madre del riso, Milano, Mondadori, 2004.

Il quadro si apre sulla fanciullezza spensierata della protagonista, in una Ceylon magica, anche se sullo sfondo si staglia, immediatamente, il segno della sconfitta femminile, quella di sua madre, che era fuggita di casa (da una ricca famiglia) per sposare l’uomo che amava, di condizione sociale inferiore. Si sarebbe trovata, però, con un marito inefficiente, alcoolizzato ed autoritario (proibisce alla moglie di incontrare i propri familiari). Un evento, quello di sposare l’uomo che si ama, che non rivedremo più nel libro, perché in tutto il corso di una saga familiare che si snoda per quasi tutto il Novecento, i matrimoni sono sempre combinati, costruiti da genitori o parenti.

La prima parte del volume è segnata dai momenti che sono topici di tutte queste storie. Il primo coincide con l’avvenimento più drammatico che abbiamo capito aver segnato (e segnare tutt’ora, in un momento storico in cui in tutto il sud del mondo i costumi “retrocedono”, a sfavore delle donne) la vita di milioni e milioni di giovani adolescenti: le mestruazioni. Non sono passati che pochi giorni da quel fatto, che la protagonista del nostro racconto piomba al centro di un interesse spasmodico: ora è una donna da sposare. Verrà ceduta ad un maturo “acquirente” (che si era finto ricco) e di fronte al quale, ricorda la ragazza, la sua adolescenza era fuggita inorridita.

Come da rituale e in contemporaneità al primo, il secondo evento topico: la famiglia come vero e proprio ostacolo ad ogni discorso di emancipazione femminile: la madre che organizza il matrimonio per la figlia adolescente, una matrigna che vende la figliastra di otto anni ad un mercante e via dicendo. Con le correlate prime esperienze sessuali di queste “vittime” giovanissime, che raccontano, della prima notte di nozze, di sangue mischiato a sperma, e di corse verso quello che sembra l’ineluttabile rito liberatorio: un bagno purificatore.

 

 

  

Terzo elemento topico: la verginità, che va tutelata e difesa, in quanto valore e risorsa per un futuro buon matrimonio (e di qui il terrore dello stupro).

Poi a Ceylon subentra la penisola malese, che farà da sfondo alle vicende di Lakshmi, dei suoi figli e figlie, dei suoi nipoti. Un affresco dipinto con un linguaggio elegante, che scivola leggero, sia che descriva la natura come un luogo di sogno, sia che citi le crudeltà antropologiche (i piedi fasciati, in perenne putrefazione, delle giovani cinesi ricche, quasi un contrappeso verso le contadine povere, alle quali. dovendo lavorare, il supplizio non era inferto), sia che racconti le gioie di una maternità tutto sommato felice (il marito di Lakshmi era mite e buono, in continua adorazione della moglie), sia che ci presenti la condizione mostruosa di una serva disgraziata, al quale un vecchio ed obeso padrone cinese fa fare dei figli, che poi le strappa, per  affidarli alle mogli “legali”.

Scoppia la guerra i giapponesi entrano in Malesia. La loro occupazione è descritta con i toni più drammatici: i soldati nipponici sono rappresentati quasi come animali; rozzi,  volgari, ignoranti, malvestiti e perennemente affamati. I malesi non si capacitano di come possano aver sconfitto gli inglesi (ammirati esseri superiori). I soldati del Sol Levante sono, ancora, sanguinari e crudeli, razziatori e stupratori, ossessionati dai comunisti, che ricercano spietatamente, specie tra i cinesi della Malacca (la comunità cinese, comunque, lo vedremo nel corso della storia, non è ben vista, anche dalla popolazione di origine indiana).

E’ estremamente interessante questa rappresentazione, da parte di una scrittrice malese, dell’occupazione giapponese, di un Giappone che pure si era presentato alle popolazioni soggette al dominio europeo, con la parola d’ordine: “L’Asia agli asiatici”. L’odio ed il disprezzo è tale che la bandiera del Sol Levante è chiamata “assorbente sporco”.

Il romanzo é diviso in sei parti, ciascuna delle quali comprende vari capitoli, in cui i diversi protagonisti raccontano delle vicende che li coinvolgono: la capostipite Lakshmi, la madre del riso (che già da adolescente, sposa e madre bambina, a quattordici anni, prende in pugno la situazione, domina il marito ed i figli, che ne riconoscono pienamente l’autorevolezza), i suoi figli, i nipoti  e pronipoti del ramo Lanksmnan, il suo primogenito.

Dal punto di vista storico la parte più importante è la prima (che occupa da sola quasi metà del libro); poi il racconto scivola sempre più nell’intimo, nelle vicende dei diversi personaggi, con la rivalutazione del padre, mite e triste nella sua speranza di conquistare quell’amore della moglie, che lei gli riconoscerà solo dopo la morte. I tratti psicologici di Lakshmi si definiscono attraverso tutta la storia, con una serie continua di rimandi, che fanno emergere anche l’incredibile rudezza della protagonista, cui fa da contrappunto l’umanità e la mitezza del marito, tanto che in una storia, fortemente al femminile, è lui, che era partito con un inganno per avere Lanksmi in sposa, ad emergere come la figura nobile, amata da tutti e da tutte (perfino dalle nuore, che odiano Lakshmi).

Lanksmi vede la sua vita crollare sotto i fallimenti dei figli maschi: del prediletto, Lakshmnan, che non riesce a liberarsi del senso di colpa che lo opprime per essere stato involontariamente la causa della morte della gemella Mohini (la bellissima Mohini, il cui spirito domina tutto il romanzo) e che distrugge se stesso e chi è a lui vicino; Sevenese spirito libero, ma alcoolizzato cronico; Jeyan, inetto, poi alcoolizzato, respinto dalla moglie.

A partire dalla seconda parte, i tempi del racconto si dilatano, dalla fine della seconda guerra mondiale alle soglie del 2000.

A prestare attenzione, all’interno della storia, delle storie (che si riprendono l’una dall’altra, passando da un personaggio all’altro), si possono cogliere, sullo sfondo, tutta una serie di segnali e di riferimenti all’antropologia ed alla storia di una Malaysia che sta entrando nell’era moderna (era uno dei dragoni economici asiatici). Accenni agli aborigeni (una sorta di fantasmi che scorgiamo qua e là), la modernizzazione del Paese (i supermercati, le boutiques alla moda, i nuovi ricchi, i viaggi di nozze a Londra), fino al crollo dell’economia, seguita alla famosa svalutazione del bath thailandese e del ringgit.

Ed a fianco, in parallelo, a questo società che si occidentalizza sempre più, allineandosi, appiattendosi sugli schemi della cultura occidentale (sintomatico l’apprezzamento per la pelle chiara ed il rifiuto della pelle scura), il permanere di un mondo magico, a partire dalle prime pagine con i suoi incantatori di serpenti ed i suoi veggenti (dalle terribili e realizzantesi profezie), con i suoi rituali e le sue tradizioni.

Un mondo magico mediato da un linguaggio che ne diventa la voce e lo strumento, con le sue parole, con il suo ritmo, con l’articolarsi dei suoi periodi: un passato dai colori forti che vive, quasi in una dimensione parallela, accanto ad un presente, proiettato verso il futuro.

 

 

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