3 maggio 2011
da Dario


GLI ANNI DOLCI  2

 

          E’ uscito il secondo volume de  “Gli anni dolci”,  di Jivo Taniguchi, sempre per  la Lizard-Rizzoli.

Nel 1971 lo scrittore, scenarista ed editore francese Francis Lecassin, pubblicò un volume dal titolo, “Pour un neuvième art, la bande dessinée ». Anche se gli storici del fumetto attribuiscono la paternità dell’espressione « fumetto come nona arte » non a Lacassin ma a due grandi della bande dessinèe d’oltrape (Morris, pseudonimo di Maurice de Bévère e creatore di « Lucky Luke » e Pierre Vankeer), non c’è dubbio che il concetto sia quello di considerare come un vero e proprio prodotto letterario il fumetto, che in non poche occasioni, appunto, raggiunge, ha raggiunto le vette dell’arte.

« Gli anni dolci » é un’opera d’arte; dopo la lunga e minimalista attesa del primo volume, il sentimento che lega il professore e la sua ex allieva si dispiega, non senza aver superato alcune difficili prove (difficili sul versante della ragazza, dobbiamo osservare). Tsukiko, infatti, è da tempo innamorata del suo professore, non gradisce la compagnia dei coetanei ed, alla fine, si dichiara; da parte di Matsumotu sembra (ma ci renderemo poi conto che era solo una sensazione) esserci solo sorpresa.

 

  

  

I due continuano, comunque, a frequentarsi e vedremo la tranquilla, educata Tsukiko, lasciarsi travolgere dalla rabbia, quando il professore la porta in gita a visitare un cimitero, portandola davanti alla tomba della moglie. La ragazza esplode e, pur non alla sua presenza, lo insulta, divorata dalla gelosia.

 

 

 

          Così decide di non vederlo più ed evita accuratamente i luoghi dove potrebbe incontrarlo; ma alla notizia, che gli viene riferita, che da tempo il professore non si vede al “solito”  bar e che l’ultima volta era in preda ad una forte tosse, teme il peggio e lo va a cercare a casa sua. E’ presa dal timore che possa essere morto, ma il professore è vivo e vegeto; era stato un semplice raffreddore. Ed è proprio da questo momento che l’amore prende il sopravvento. La sua  “scrittura”  è di una delicatezza incomparabile; il testo é delicato e raffinato (i due continuano a darsi del “lei”; Tsukiko continua a chiamarlo “Prof”) e si accompagna ad un disegno pulito, altrettanto controllato, un vero e proprio omaggio alla famosa “ligne claire”.

 

 

          I due arriveranno a dormire insieme, con naturalezza, senza avere un vero e proprio rapporto sessuale; il professore accarezza il seno di Tsukiko con delicatezza; una delicata e poetica rappresentazione dell’erotismo. In realtà l’uomo si pone il problema di quanto gli resta da vivere e se alla sua età potrà soddisfare  “i bisogni” di una ragazza giovane.

  

 

 

           Ma l’amore di Tsukiko non chiede nulla; la ragazza è felice di quello che ha in quel preciso istante e nulla chiede di più. I rapporti con il professore, ufficializzati dalla richiesta di questo ultimo di frequentarla “sulla base di una relazione amorosa”, per un certo periodo non pervengono all’intimità; la ragazza si pone la questione, ma senza ansia; vive la sua storia con naturalezza, senza forzature. Il linguaggio dei due protagonisti, il disegno, senza sbavature retoriche, ci portano in un’altra dimensione, laddove sono valori non solo i sentimenti, ma anche la loro espressione.

 

            Poi una chiamata del professore, Tsukiko che si precipita a casa sua. Tsukiko e il Professore, senza dire una parola si guardano, in silenzio preparano il “futon”, il professore si toglie gli occhiali, si abbracciano e “senza dire una parola, ci lasciammo andare sul futon”. Una tavola eccezionale, i volti dei due amanti: “Per la prima volta, il professore mi strinse, con forza, con passione … Passai la notte da lui. Dormimmo assieme”.

 

 

  

Anni dolci, dolcissimi.

 

Dario Ghelfi

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