Beppe 3 giugno 2008

 

Pensavo che avrei potuto intitolare il mio pezzo

 

ACCORATO APPELLO PER . . . .

 

Oppure

 

VIBRATA PROTESTA SU . . .

 

O magari

 

MANIFESTO DELLE VITTIME EUROPEE DI . . .

 

O ancora

 

FOTOGRAFI DI TUTTO IL MONDO UNITEVI !!

 

Invece la gravità della cosa mi spinge a un approccio meno melodrammatico ma più affine alla descrizione di un problema medico; ritengo infatti che il tema sia definibile come una vera e propria patologia sociale. Ecco quindi:

 

 

LA SINDROME DETTA DEL “PROIBIZIONISMO FOTOGRAFICO”

sintomatologia, eziologia, ipotesi terapeutiche.

 

 

Il fenomeno.

Da alcuni anni l’innocente turista che desideri portare con se’ un ricordo visivo dei luoghi che visita si trova nella situazione imbarazzante e sgradevolissima di vedersi vietare la ripresa con apparecchiature video o fotografiche in chiese, musei, ambiti monumentali vari; questa attività viene perseguita in modo fortissimo, quasi talvolta criminalizzata da cartelli e soprattutto da addetti alla sorveglianza che interpretano con molto vigore e rigore il loro ruolo di custodi e repressori.

A nulla vale la considerazione che le apparecchiature amatoriali normalmente in mano al turista senza lampade né supporti non consentono una qualità di immagine adeguata per qualsiasi uso commerciale; del tutto diversa è la situazione per il professionista correttamente attrezzato che infatti viene regolamentata con una certa precisione, anche se molti dubitano della equità di certe norme.

 

La distribuzione territoriale.

Il fenomeno si presentava frequentemente nelle chiese spagnole o nei musei greci ancora negli anni ’80; in anni recenti si è diffuso praticamente dovunque, sia pure con intensità e modalità molto diverse.

Ad Atene sono stato pedinato per ore da un Guardiano della Norma che pretendeva il tappo saldamente fissato sull’obiettivo della telecamera; mentre ad Olimpia tutti si scatenavano nell’orgia di inoffensive mitragliate qui sotto esemplificata

 

 

 

 

 

Chissà come terrà il televisore questa signora !!!

 

 


 

 

Nella cattedrale di Segovia sono stato addirittura preso per il braccio da un gentile sceriffo/sagrestano mentre puntavo l’obiettivo verso la volta della navata centrale.

In Francia ho tranquillamente fotografato al Louvre, al Musée d’Orsay e al Museo Picasso, ma nel piccolo Museo di Céret sui Pirenei sono stato inseguito da una graziosa biondina che, del tutto indifferente ahimè al mio fascino ma ben consapevole della pericolosità sociale implicita nella mia borsa fotografica, voleva rigorosamente accertarsi che non rischiassi di puntare uno zoom verso un discreto Kandinsky che era forse la cosa migliore del Museo e di tutta la cittadina.

 

Van Gogh al Musèe d’Orsay

 

 


 

 

Alle Gallerie dell’Accademia a Venezia la signora a destra nella foto qui sotto ha risposto accalorata e preoccupatissima “neanche mezza !!” al mio gesto con la mano che stava a significare “solo una foto all’ambiente in generale”.

Sono certo che Paolo Veronese si sarebbe rifiutato di creare la Cena in casa Levi che domina la parete di fondo se avesse previsto il mio sacrilego gesto.

 


neanche mezza !!!

 

 


 

 

Sempre a Venezia mia moglie è stata gentilmente sgridata per avere, di soppiatto e consapevole del reato che stava commettendo, scattato questa foto al teatrino di marionette nella casa/museo dove aveva abitato Goldoni

 

Eppure, signora il cartello è chiaro !

 

 

Ancora a Venezia nella chiesa di San Marco ho sentito due zelanti custodi commentare con disprezzo e una certa preoccupazione la consuetudine dei visitatori di scattare qualche foto tentando di non farsi vedere, magari nascondendo il pericolosissimo congegno nel cavo della mano: spie marziane senza dubbio. A palazzo Grassi invece ho tentato invano di reagire al sequestro dell’apparecchiatura, generale ed obbligatorio, poiché non mi fidavo della prassi di custodia e restituzione; ero reduce da una complicata vicenda analoga al Prado di Madrid, dove la mia preziosa telecamera era risultata dispersa per una mezz’oretta. A Cremona invece mi sono rifiutato di entrare a vedere Bruegel perché mi volevano sequestrare la telecamera in quanto “troppo grande” .


 

 

Al Guggenheim di Bilbao questi due sceriffi mi si sono precipitati addosso, in verità più angosciati e increduli che minacciosi, esclamando ambedue con l’indice pedagogico alzato  “no se puede senor !!”

 


no se puede senor !!!

 

Non stavo fotografando alcuna immortale opera esposta, tentavo solo, come faccio quasi sempre, di riprendere l’ambiente, la folla, l’atmosfera; per le opere si compra il catalogo, quando interessano.


 

 

Ma certi severi estensori di norme non possono capirlo. Per rendersene conto basta vedere il tono minaccioso di questo foglietto che riporta le regole per il malcapitato visitatore di una mostra a Treviso:

 

 

Non so chi possa pensare che una organizzazione come questa possa fare cultura, qui c’è solo business che mira a “smaltire” in fretta il maggior numero possibile di visitatori, senza alcun interesse per la loro reale soddisfazione, dopo averli richiamati con una offerta di opere apprezzabilissima, ma esorbitante rispetto agli spazi e alle capacità ricettive della struttura.

 


 

Altrettanto significativo è il confronto fra gli stili di questi due divieti in una mostra a Brescia: molto riguardoso il divieto di disturbare con i cellulari, severissimo quello di “rubare” una immagine

 

Molto peggio il fotografo che il telefonista !!

 


 

Un esempio interessante in quanto esce dalla sfera della fotografia di opere d’arte in mostre o musei, è illustrato nella foto seguente: un negozio di composizioni floreali (bellissime) che prega i passanti di non fotografare le vetrine; qui si teme evidentemente lo spionaggio industriale, ma si fa intendere che non si tiene in alcun conto la capacità realizzativa: vuol dire che basta avere la foto di un’opera di alto artigianato per poterla automaticamente replicare?

 

Sono strabiliato; d’altronde il divieto di fotografare si ritrova anche in mostre di pittura proposte da artisti dilettanti; ma costoro hanno così poca stima di se stessi da credere che l’avido turista venga da lontanissime terre, fotografi le loro opere e immediatamente inondi il mercato con innumerevoli cloni con gli occhi a mandorla ? Non scherziamo!


 

 

In controtendenza, un esempio confortante: questa chiesa di Innsbruck contenente un bellissimo Cranac; la serie di divieti, peraltro condivisibili, è abbondante, ma non prevede la fotografia

 

 

 


 

Esiti

Dove può arrivare una società affetta da questa incredibile patologia ?

Saremmo tutti felici se le conseguenze si limitassero a salvaguardare la vendita di cartoline e cataloghi nei book-shop dei musei (peraltro spesso carenti).

Le premesse invece indicano una tendenza all’estensione dei divieti; già a Roma sembra che sia impossibile appoggiare a terra un cavalletto per fotografare convenientemente un monumento, senza prendere una multa per “occupazione abusiva di suolo pubblico”; se questa voce di cui non ho prove fosse confermata mi sentirei veramente sull’orlo della pazzia collettiva.

D’altronde un’altra voce non confermata mi riferisce di pesanti limitazioni introdotte recentemente in Francia alla fotografia di paesaggi e scorci urbani (la Tour Eiffel, un tratto di Senna ecc.). Ah ! la patria della ragione !

 

Eziologia

Che cosa c’è a monte di tutto ciò ? quali sono i motivi che hanno scatenato tutte queste assurdità? Tutto sarebbe forse spiegabile (non accettabile) se venisse presentato con la necessità di impedire l’appropriazione da parte di singoli dei patrimoni comuni, ma non mi sembra proprio che a monte di questi atteggiamenti ci possa essere la legge, almeno in Italia; questo almeno è quello che deduco io dalla lettura del ponderoso e per molti versi apprezzabile "Codice dei beni culturali e del paesaggio, ai sensi dell'articolo 10 della legge 6 luglio 2002, n. 137" che ha sostituito la legge Ronchey del 1993 e il Testo Unico del 1999. Dal testo ora in vigore traggo gli articoli che in qualche modo fanno riferimento all’argomento.

Articolo 107
Uso strumentale e precario e riproduzione di beni culturali

1. Il Ministero, le regioni e gli altri enti pubblici territoriali possono consentire la riproduzione nonche' l'uso strumentale e precario dei beni culturali che abbiano in consegna, fatte salve le disposizioni di cui al comma 2 e quelle in materia di diritto d' autore.

2. E' di regola vietata la riproduzione di beni culturali che consista nel trarre calchi dagli originali di sculture e di opere a rilievo in genere, di qualunque materiale tali beni siano fatti. Sono ordinariamente consentiti, previa autorizzazione del soprintendente, i calchi da copie degli originali già esistenti. Le modalità per la realizzazione dei calchi sono disciplinate con decreto ministeriale.

Articolo 108
Canoni di concessione, corrispettivi di riproduzione, cauzione

1. I canoni di concessione ed i corrispettivi connessi alle riproduzioni di beni culturali sono determinati dall'autorità che ha in consegna i beni tenendo anche conto:
a) del carattere delle attività cui si riferiscono le concessioni d'uso;
b) dei mezzi e delle modalità di esecuzione delle riproduzioni;
c) del tipo e del tempo di utilizzazione degli spazi e dei beni;
d) dell'uso e della destinazione delle riproduzioni, nonche' dei benefici economici che ne derivano al richiedente.

2. I canoni e i corrispettivi sono corrisposti, di regola, in via anticipata.

3. Nessun canone e' dovuto per le riproduzioni richieste da privati per uso personale o per motivi di studio, ovvero da soggetti pubblici per finalità di valorizzazione. I richiedenti sono comunque tenuti al rimborso delle spese sostenute dall'amministrazione concedente.

4. Nei casi in cui dall'attività in concessione possa derivare un pregiudizio ai beni culturali, l'autorità che ha in consegna i beni determina l'importo della cauzione, costituita anche mediante fideiussione bancaria o assicurativa. Per gli stessi motivi, la cauzione e' dovuta anche nei casi di esenzione dal pagamento dei canoni e corrispettivi.

5. La cauzione e' restituita quando sia stato accertato che i beni in concessione non hanno subito danni e le spese sostenute sono state rimborsate.

6. Gli importi minimi dei canoni e dei corrispettivi per l'uso e la riproduzione dei beni sono fissati con provvedimento dell'amministrazione concedente.

Articolo 109
Catalogo di immagini fotografiche e di riprese di beni culturali

1. Qualora la concessione abbia ad oggetto la riproduzione di beni culturali per fini di raccolta e catalogo di immagini fotografiche e di riprese in genere, il provvedimento concessorio prescrive:
a) il deposito del doppio originale di ogni ripresa o fotografia;
b) la restituzione, dopo l'uso, del fotocolor originale con relativo codice

Orbene, nulla in questo testo mi sembra giustificare il divieto generalizzato di fotografare per un turista di passaggio che certamente non rientra nella categoria di chi effettua “riproduzioni di beni culturali” stante la generale modestia delle attrezzature.

Mi sembra anche illogica la spiegazione data di frequente, che le foto dei turisti eroderebbero il terreno del business delle cartoline e dei cataloghi; nessuno si illude di fotografare le opere meglio dei professionisti che hanno prodotto quello che sta nei book-shop; il turista vuole in generale portarsi a casa un ricordino, con qualità qualsiasi, dell’ambiente e della frequentazione. Se poi le opere lo interessano veramente compra, se c’è e se è decente, il catalogo ufficiale o qualche cartolina.

Mi rifiuto di credere che con una fotocamera amatoriale a mano libera e senza luci si possano effettuare riprese comunque utilizzabili per scopi professionali; per non parlare delle videocamere, che forniscono immagini decisamente scadenti per qualsiasi uso.

A mio parere solo una interpretazione restrittiva e ingiustificata può spiegare il diffondersi di questa psicosi del proibito, almeno in Italia e per quanto riguarda i beni culturali di proprietà pubblica. Diverso è ovviamente il caso di mostre temporanee di opere di proprietà di privati che le concedono in esibizione occasionale senza autorizzarne la fotografabilità. In questi casi posso solo dolermi dal fatto, ma non ho motivazioni giuridiche per scandalizzarmi.

Ultima possibile spiegazione del deprecato fenomeno: la folla di visitatori in tutte le strutture è di recente cresciuta così tanto che sarebbe molto oneroso vigilare per impedire ai fotografi malaccorti di danneggiare con i flash le opere; mi pare comunque che questo impegno per i gestori delle strutture non sarebbe superiore a quello che oggi viene profuso per impedire del tutto l’esecuzione di fotografie.

 

Terapia

La cura di questa patologia sociale non spetta al singolo, è una questione di cultura e la modifica di una tendenza culturale così diffusa mi pare un compito dello Stato.

Forse basterebbe un paragrafo aggiunto al “Codice” in cui si precisasse che cosa si intende per “riproduzione dei beni culturali” chiarendo che il turista con attrezzature amatoriali (senza flash né cavalletti) non ha nulla a che fare con questo tema e quindi è libero di effettuare riprese con funzione di souvenir senza persecuzioni, ovviamente senza arrecare il minimo danno alle opere.

Ciò potrebbe innescare un positivo processo di revisione nella mente dei responsabili delle strutture e dei moltissimi cerberi, a volte addirittura armati, che sorvegliano il comportamento dei visitatori. A catena si potrebbe verificare un abbandono delle politiche proibizioniste anche per le mostre private, per le vetrine dei negozi, per lo stile impositorio dei regolamenti e condurre in definitiva a un migliore civismo. Fermo restando ovviamente il controllo serio e inflessibile verso i comportamenti dannosi per l’integrità delle opere.

In alcuni casi, in Grecia anni fa, al Museo di Napoli, in certe chiese in Spagna, il permesso di fotografare viene fatto pagare una modica cifra: mi sembrerebbe una soluzione accettabile quando la gestione della struttura comporti oneri particolari, in quanto non scoraggia il fotografo e procura un piccolo supplemento di reddito per la gestione.

Ultimo rimedio e unico a livello individuale: io mi rifiuto di entrare nei luoghi in cui esistono questi assurdi divieti (anche se temo che fra un po’ potrò entrare solo a casa mia). Può essere una forma civile di manifestare dissenso ?

 

 

 

Beppe Domenichini

 

 

 

 

 

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