3 febbraio 2012, Dario Ghelfi: La setta degli Angeli

LA SETTA DEGLI ANGELI

 

          Un altro piccolo capolavoro  (Andrea Camilleri, La setta degli angeli, Palermo, Sellerio, 2011) ed ancora una volta il “nostro”autore” che prende lo spunto da un fatto realmente accaduto, salvo poi “stravolgerlo” con la sua inesauribile fantasia.

 

 

 

Nella Nota, a chiusura della storia, Camilleri racconta come in un paese siciliano, Alia, ai primi del Novecento, i preti locali avessero costituito una specie di setta segreta, che si dedicava allo stupro (quale in sostanza era) di giovanissime fanciulle o di giovani spose, devotissime, tanto da lasciarsi  coinvolgere in rapporti sessuali, per acquisire “indulgenze divine”; preti, come piccoli Rasputin in salsa siciliana. Scoperti da un battagliero avvocato, che editava un giornale di battaglia (“La battaglia”, appunto), deferito uno dei colpevoli all’Autorità giudiziaria, il caso era uscito dalla sua cornice siciliana ed era diventato noto a livello nazionale, tanto da suscitare lo sdegno di uomini politici, da Turati a don Sturzo. Ma mafia, agrari, possidenti e borghesi e, ovviamente la Chiesa, avevano fatto, poi, quadrato ed avevano attaccato l’avvocato, che fu costretto a lasciare la Sicilia e a rifugiarsi negli Stati Uniti, dove, tra l’altro, continuò la sua opera in favore dei diseredati (dai contadini siciliani, agli emigranti italiani).

          Della storia vera, Camilleri conserva, in omaggio al coraggioso avvocato, il nome suo e del suo giornale. Il paese diventa Palizzolo ed entra in gioco anche un colera, come falso allarme, indirettamente derivato dall’ingravidamento delle vittime della setta dei preti “stupratori”.

          La reinvenzione della storia da parte di Camilleri è estremamente articolata, anche se, in linea di massima, segue la vicenda storica. Anche qui, dopo, l’iniziale successo dell’avvocato e l’incriminazione dei “parrini”, lo stesso patto scellerato, tra possidenti, nobili, Chiesa, con l’attacco all’avvocato, attorno al quale si fa il vuoto e  che subisce anche un attentato intimidatorio. Poi, ricomposizione dello scandalo, con ritiro di denunce, con giovani che impalmano le fanciulle disonorate e via dicendo. E l’avvocato che è costretto a lasciare l’isola ed a trasferirsi a New York.

          Diverse le osservazioni che si possono fare su questa storia.

          La prima, di carattere stilistico.

Eccezionale la bravura di Camilleri nel tratteggiare i personaggi. A parte l’avvocato, sono piccoli capolavori le connotazioni dell’integerrimo capitano piemontese (tutto d’un pezzo, che perde il suo “aplomb”, in una sola occasione, pronunciando “cazzo”), del maresciallo della stazione e degli esilaranti membri del Circolo “Onore & Famiglia” (la denominazione stessa è tutto un programma). La vetta della comicità è raggiunta quando i nobili del paese si radunano al capezzale del duca d’Altomonte, il loro decano, di centodue anni e rincoglionito, che sentenzia, in merito all’agitazione dei convenuti, astiosi nei confronti del Capitano che ha arrestato uno di loro, che “La colpa è tutta della rivoluzioni francisa!”. Magistrali sono i colloqui; tra i tutti eccelle quello tra il medico, che ha appurato la gravidanza di due giovani nobili (dalle interessate definite opera dello Spirito Santo) ed il Sindaco.

          La seconda, di carattere storico-politico.

Come sempre Camilleri non è tenero nei confronti della forze dell’ordine ed in questo caso dei carabinieri, che, chiamati in ragione del falso allarme del colera, decretano la “liggi marziali” e fucilano immediatamente lo scemo del paese, perché trovato in possesso di un chilo di patate, di cui non aveva saputo spiegare la provenienza. “Passato per le armi”; stessa sorte toccherà ad un bandito, che pure si era macchiato di innumerevoli delitti (e di efferati stupri, nei confronti delle donne su cui riusciva a mettere “le mani”). Di processi, nemmeno l’ombra. Poi, la rivalutazione del Capitano, persona integerrima, che non guarda in faccia a nessuno e che alla fine verrà promosso per essere allontanato.

          Per non parlare del vescovo, una figura esaltante, di cui non possiamo dire nulla, per non togliere il piacere della sorpresa ai lettori.

          La terza di carattere politico-sociale, che la dice lunga sul senso della famiglia e dell’onore, sventolato ad ogni pié sospinto da una sequenza di arroganti cialtroni, nei quali si rispecchiano tanti personaggi dei nostri tempi. Nella storia, tutti ferro e fuoco, tutti a minacciare di uccidere chi ha infangato l’onore della propria casa, ingravidando le figlie, poi quando la faccenda investe la Chiesa e rischia di incrinare gli pseudovalori su cui si regge la loro società, improvvisamente silenti, tutti dediti a denigrare l’avvocato e il capitano che, quelli sì l’onore delle ragazze avevano difeso, a ad organizzare la rovina del primo e l’allontanamento dell’altro.

          Capace di invenzione, maestro nella costruzione dei personaggi, signore della parola e del dialogo, Camilleri non manca, anche questa volta, di divertirci e di mostrare, nel contempo, il suo impegno politico e sociale.

         

         

 


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