03 DIC 2002

Dario Ghelfi

E SE PROVASSIMO A CERCARE QUELLO CHE CI UNISCE?

 

La politica italiana dà spettacolo di disunità. Anche la maggioranza e il governo (che ha perso in un anno parecchi pezzi, tra ministri e sottosegretari, ma questo non ci importa, anzi è un bene). Il fatto è che a "sinistra di Berlusconi", le cose vanno peggio. Dunque l’eterno "Che fare?"

Chi scrive è invece convinto che:

  1. nessuno convince nessuno, nel senso che solo la forza della realtà può indurre qualcuno a cambiare idea, anche se esiste una minoranza che sente il richiamo di idealità e di valori. Ma è assurdo aspettare che il Paese sia allo sfascio economicamente, perché ci siano cambiamenti nelle intenzioni di voto;
  2. c’è il problema del potere. Vanno bene i girotondi, Firenze e i Social Forum, va bene tutto, ma dato che non è stato inventato nulla, in democrazia, che sia meglio delle elezioni, bisogna vincerle. Bisogna avere il 50,01% dei voti o meglio (dato che si può avere anche di più e perdere lo stesso, in virtù di dissennate leggi elettorali) il 50% più 1, seggi. Dunque è necessario mettersi attorno ad un tavolo e cercare di individuare un minimo di punti in comune (non tanti altrimenti non si arriva in fondo), senza ricatti o pregiudizi ("Se non stai non noi, disperdi il voto e in sostanza voti per Berlusconi", "Siete inaffidabili, per cui tanto peggio tanto meglio").

Ma non illudiamoci, siamo in una situazione di quasi parità; vince chi trascina più gente a votare. 

A breve termine, l’obiettivo appare quello di conquistare al voto coloro che si astengono e che

oggi, si concentrano a sinistra. In Germania Schroder, che è un socialdemocratico di destra (ha battuto Lafontaine, ricordiamolo) ha vinto per una manciata di voti, chiamando a votare, con il suo rifiuto alla guerra (che sarà, poi, circoscritto, visto che i tedeschi concederanno il sorvolo del loro territorio e l’uso delle basi) elettori astensionisti. Una volta conquistato il governo occorrerà, poi attivare la partecipazione, perché la democrazia non si esaurisce in una delega che si dà ogni quattro cinque anni.

Questi dovrebbero essere i punti unificanti e qualificanti:

  1. no alla guerra. Il dettato costituzionale, su cui si regge la nostra convivenza civile, rifiuta la guerra come strumento di soluzione delle controversie internazionali (e noi siamo entrati in guerra, dopo quella caduta del muro di Berlino e dell’U.R.S.S. che doveva segnare l’inizio del migliore dei mondi possibili) già due volte, prima guerra contro l’Irak e attacco NATO alla Federazione Jugoslava.. No alla guerra, non in nome di un astratto pacifismo (possiamo forse condannare la nostra Resistenza, le guerre di liberazione dei Paesi del Terzo Mondo, e via dicendo?), ma come rifiuto di collaborare ai piani dell’impero (americano) di ordinare il mondo secondo i propri interessi geostrategici ed economici (ciò che ci impone di ragionare sulle modalità e sulla nostra appartenenza alla NATO, specie dopo il vertice di Praga, laddove Bush ha avuto almeno il merito, o l’arroganza, di esplicitare ciò che era già palesemente evidente, il carattere offensivo e non difensivo dell’alleanza). No alla guerra senza se e ma, perché la guerra non debella ma incrementa il terrorismo e incide pericolosamente sui diritti civili dei cittadini e perché c’è da dubitare sulla possibilità delle Nazioni Unite di resistere alle pressioni degli Stati Uniti;
  2. la dignità e la tutela del lavoro, perché "L’esperienza sociale ci dice che il lavoro si conferma come luogo di definizione di rapporti sociali che vanno ben oltre la produzione, coinvolgendo più in generale la collettività, i rapporti con la natura, l’evoluzione e la diffusione della conoscenza …".
  3. La situazione è grave: chiude la Fiat e si attacca quell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, che se mai deve essere esteso e non limitato. Il lavoro interinale, a tempo determinato, la collaborazione coordinata continuativa (i famosi co.co.co., diffusissimi anche e soprattutto nel comparto del lavoro intellettuale) sono ormai la regola e non l’eccezione, per cui bisognerà pure riprendere in mano la questione della flessibilità.

    Ricordiamo, infine, come la tutela della dignità del lavoro sia una questione non solo nazionale, ma sovranazionale. In tempi di globalizzazione imperiale, le multinazionali sono pronte (lo fanno già da decenni) a spostare i luoghi di produzione laddove il lavoro costa meno, cioè dove i diritti dei lavoratori sono inesistenti o poco tutelati, per cui si salvaguardia il proprio posto di lavoro, anche, lottando per l’estensione a livello planetario della dignità del lavoro;

  4. la tutela dell’ambiente. Qui non si tratta solo di difendere l’Amazzonia o di bloccare la politica di  

  5. predazione delle multinazionali, in Paesi lontani: siamo, noi, direttamente in gioco. Qui, in Italia, nella stragrande maggioranza dei nostri comuni (cioè dove abitiamo noi) ogni anno abbiamo due periodi di piene disastrose, una di siccità, frane a non finire e con continuità. Dovremmo pensarci due volte prima di costruire un nuovo metro di strada o un nuovo edificio.

    E a livello di inquinamento, non è forse il caso di smetterla con i palliativi delle domeniche ecologiche (è vero però che hanno grande impatto pedagogico), con il loro risvolto negativo di pseudofeste, ma di puntare sulla ricerca delle fonti non inquinanti (possibile che in cento anni che hanno visto progressi fantascientifici in tanti campi, siamo sempre fermi al petrolio? Di nuovo: in tempi di globalizzazione imperiale la questione è sovranazionale, perché se non riusciamo ad imporre al più grande Paese industrializzato del mondo e alle sue multinazionali il rispetto dell’ambiente, la Terra sarà condannata;

  6. la giustizia. E’ un problema delicatissimo e bisogna riconoscere che anche i giudici si sono dati da fare per complicarlo (intanto occorrerebbe che, al di là della separazione delle carriere, tutti sapessero distinguere tra magistratura inquirente e magistratura giudicante). E’ un fatto che il sentimento che il comune cittadino (quello che nel corso della sua vita non ha mai avuto a che fare con forze dell’ordine, con giudici, avvocati e tribunali) prova, quando si imbatte nel penale, è la paura. I problemi da risolvere sono tanti; questi sembrano i più urgenti:
  1. l’indipendenza della magistratura: come salvaguardarla?
  2. la lunghezza dei processi. Un processo lungo è, di per sé, un’ingiustizia. Quando poi per questo il cittadino, evita di ricorrere alla giustizia (pensiamo al civile) subisce un’altra ingiustizia;
  3. la certezza della pena, a prescindere dagli interventi di clemenza. Il nostro è uno strano Paese: a livello di cronaca criminale, tutti forcaioli (un po’ meno, o quasi mai, se i reati sono economici, qui il garantismo la fa da padrone), nell’immediato, poi, specie a livello di media (per la gente comune le cose vanno diversamente) tutti a dimenticarsi delle vittime e ad occuparsi della riabilitazione dei carcerati (le cui condizioni di detenzione, quelle sì che sono pessime, e necessitanti di riforma);
  1. l’immigrazione. Per gli immigrati gli stessi diritti e gli stessi doveri degli italiani (a parte l’elettorato nelle elezioni politiche: é improponibile che un immigrato, appena giunto in Italia, non cittadino italiano; possa partecipare ai comizi elettorali). Altra cosa la sua rappresentatività a livello di Enti Locali.

  2. Occorre richiedere la reciprocità a livello interstatuale: non è possibile che l’Arabia Saudita finanzi la costruzione di moschee in Italia e proibisca la celebrazione della messa sul suo territorio.

    La questione si complica con l’islam, che è una cultura, che non distingue il sacro dal profano, che non conosce la laicità, anche se sappiamo benissimo (o almeno dovremmo saperlo) che non esiste affatto un islam omogeneo, così come non esiste un cristianesimo omogeneo. E poi sembriamo dimenticare che esiste una immigrazione composita, di tutte le razze e di tutte le religioni, per cui l’atteggiamento laico appare una necessità;

  3. l’Europa. La gente non ha chiaro in che cosa consista l’Unione Europea. Tutti esaltano la moneta 

  4. unica, l’euro, che, in molti settori, è stato "scambiata" a 1000 lire e non a 1936,27, determinando così un’impennata dell’inflazione. Questa è un’Europa della finanza e non dei lavoratori e a livello internazionale l’OCSE sembra una filiale della NATO;

  5. la libertà dell’informazione. Sostenere la libertà dell’informazione significa lottare contro le concentrazioni editoriali e determinare l’incompatibilità di proprietà nel settore dei mass media con l’attività di governo. Significa fare una politica dell’informazione, che non passi soltanto attraverso i telegiornali, ma anche attraverso l’intrattenimento, che oggi (ma anche ieri con il governo dell’Ulivo) veicola i disvalori del consumismo, del pettegolezzo, dell’interesse per il privato e del disinteresse per il pubblico, per il mescolamento dello spettacolo con l’informazione, attentando continuamente alla lingua italiana, con il suo scimmiottamento della lingua dell’impero;
  6. la crisi della rappresentatività. Sono in gioco le regole della rappresentatività. L’uninominale affossa la democrazia, impedendo la scelta, da parte dell’elettore di chi deve rappresentarlo. Il sistema maggioritario o sistemi simili sono il vero ostacolo alla rappresentatività, che viene di fatto negata alle minoranze. La governabilità può benissimo essere assicurata da opportuni interventi che blocchino la proliferazione delle liste (tipo Germania).

 

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