02 settembre 2007
Dario Ghelfi

SIBERIA

 

         Nell’ultimo film di Robert De Niro, “The good Shepard”, nel corso di un interrogatorio-tortura inflittogli da agenti della C.I.A., un ufficiale sovietico disertore, urla ai suoi aguzzini, che l’Unione Sovietica non era mai stata una minaccia per gli Stati Uniti e che la sua presunta pericolosità era stata un’invenzione dell’apparato militare-industriale statunitense, per mantenere il proprio dominio sulla società e sul governo americano. E certamente non è un’Unione Sovietica minacciosa quella che Nikolai Maslov descrive nella sua autobiografia a fumetti (Nikolai Maslov, Siberia, Padova, Alet Edizioni, 2007).

 

  

         E’ triste l’autobiografia di Maslov, e tale appare con immediatezza, anche attraverso un disegno realistico e pulito, in cui domina il grigio, tavole in cui il segno dominante è quello della matita e dei suoi tratteggi, a far risaltare gli sfondi ed i volti delle persone.

         Il primo elemento che emerge è lo sfacelo dell’impero sovietico, che si traduce in un dominio diffuso ed assoluto dell’alcool, che fa dire ad uno dei protagonisti: “Non venirmi a dire che questa è vita! Abbiamo solo vodka …”. E tutti bevono, continuamente bevono, sempre bevono. Si beve quando arriva la chiamata alle armi, dopo il lavoro, per buttarsi in gigantesche risse con altri ubriachi di villaggi vicini, con vere e proprie spedizioni punitive.

L’addestramento militare è semplicemente brutale, le reclute sono angariate dagli anziani, la retorica si spreca, gli istruttori politici addormentano i loro ascoltatori e le guardie, naturalmente,  “ … bevono acquavite distillata dall’esperto locale con mezzi di fortuna”.

        

  

Per chi cede c’è l’ospedale psichiatrico, laddove “Le cure furono impeccabili … e progressiste come nessuna al mondo, ovviamente. Trenta compresse al giorno guarirebbero chiunque da qualunque cosa. Lentamente, inesorabilmente mi trovai il cervello in pappa”.

 

 

Il grigio dominante si stempera con una sorta di grigio-bianco che è il colore dominante della Siberia, il luogo da dove proviene l’autore della storia. Distese innevate e sempre uguali:  un panorama pulito, ma sempre uguale a se stesso, come ripetitiva è l’immagine degli enormi fabbricati delle periferie cittadine.

In Siberia dominano gli spazi e nelle tavole i campi (lunghi, lunghissimi), sulle figure e sui primi piani, a significare la pochezza degli uomini di fronte all’immensità della natura.

La città è triste, con le sue file davanti ai negozi, dalle scaffalature vuote: “La fila si faceva soprattutto per la vodka. Già, perché cos’altro c’era da comprare?”

 

 

  

Qua e là, ad intermittenza, appare come un miraggio l’Occidente, mentre i pochi momenti di gioia sono quelli che vedono l’autore incontrare la ragazza che diverrà la sua futura moglie.

Da una parte una tristezza cosmica, quella di un impero che implode; dall’altra la tristezza dei singoli, la tristezza intima del protagonista dell’ultimo capitolo, il “Robin della foresta”.

 

 

 

 

 

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