2 GEN  2003

Dario Ghelfi

AMORE, POTERE E IL DIO DELLE PICCOLE COSE

Perché presentare un libro che è uscito nel 1997?

Perché lo possiamo definire, già, un classico, che, in quanto tale, va ripresentato a chi non lo ha letto, ai giovani che erano bambini all’epoca della sua prima uscita. Se c’è un libro che illumina sulle reali condizioni della società indiana, quello è certamente "Il dio delle piccole cose" di Arundhati Roy. (1)

 

     

Perché abbiamo profondo rispetto e grande ammirazione per l’autrice.

Arundathi Roy è la risposta alle domande che ci poniamo sugli scrittori, quando vogliamo interrogarci sui rapporti tra chi scrive e il mondo delle loro storie e sugli scopi della loro scrittura. Crediamo che la miglior recensione a "Il dio delle piccole cose" siano la sua attività politica, di una scrittrice impegnata e nel suo Paese e a livello globale.

In India è nota la sua battaglia in difesa dei contadini della valle della Narmada, in lotta contro il megaprogetto governativo di edificazione di dighe (2), che li sta espellendo dalle loro terre (azione che l’ha portata a subire l’attacco della magistratura indiana).

 

 

Ne "Il dio delle piccole cose", Arundhati Roy, ci racconta la storia di Ammu e dei suoi due figli e di Velutha, il Paravan, il paria, dipingendoci contestualmente il quadro di un’India della fine degli anni sessanta che, al di là dei rituali democratici ereditati dal dominio inglese e dal marxismo, non riesce a liberarsi dalle convenzioni sociali.

Le vicende si svolgono nel Kerala, lo stato indiano del sud ovest, dove per primi arrivarono i colonizzatori europei (i portoghesi, alla fine del quindicesimo secolo), dove ci sono considerevoli minoranze cristiane e dove molto forte era il movimento comunista (prima rappresentato da uno, poi da due partiti). Quando leggevamo delle elezioni nel Kerala, in quegli anni, noi della sinistra marxista eravamo piacevolmente stupiti del fatto che in un grande Paese come l’India (tra l’altro governata da un Partito del Congresso i cui leader avevano ottimi rapporti con l’U.R.S.S.) il Partito Comunista andasse addirittura al governo, sia pure in uno Stato periferico. Da Arundhati abbiamo appreso (dopo tanti anni, ma con rammarico attuale) che tutto questo aveva ben poca influenza nella vita quotidiana della gente e che gli stessi alti dirigenti del Partito non avevano, al di là di quella retorica di facciata che era tipica del "socialismo reale", atteggiamenti diversi dagli altri nei confronti del problema delle caste. In alcune pagine magistrali leggiamo che lo stesso segretario del Partito comprende la posizione di sua moglie, che non avrebbe mai fatto entrare in casa sua un "intoccabile" ("Cambiare è una cosa, accettare i cambiamenti un’altra") e che non si schiera certamente dalla parte di Velutha, il Paravan, quello stesso paria che ama, di nascosto, di notte, la bellissima Ammu.

Bellissime sono le pagine del libro che descrivono l’amore di Velutha e di Ammu, l’ipocrisia dei vari personaggi ("l’enorme, obesa Baby Kochamma, un tempo suora, piena di pregiudizi di casta, incombente e minacciosa nella sua pretesa di educare i nipoti al culto della civiltà anglosassone – e uno zio, invece molto amato: Chacko, intellettualoide fantasioso, imprenditore fallito, marxista per esibizionismo e convenienza (3)…), la violenza del potere e, specificatamente della polizia e la visione che della realtà (il mondo delle "piccole cose"), libera da ogni condizionamento, hanno i due figli di Ammu, che amano, anch’essi, Velutha, il Paravan.

Le storie comuni e la violenza del potere: questi i riferimenti di Arundhati Roy e ce lo dice lei stessa, quando parla del mestiere di scrittore. E così crediamo che sia utile e necessario chiudere questa recensione, riportando le parole da lei pronunciate il 18 settembre 2002 alla Lannan Foundation di Santa Fe, New Mexico, Stati Uniti.(4)

"Gli scrittori pensano di scegliere le loro storie dal mondo. Io mi sto convincendo che sia la vanità a farglielo credere. In realtà è esattamente il contrario. Sono le storie a scegliere gli scrittori. Sono le storie che si rivelano a noi. Il racconto pubblico e il racconto privato ci colonizzano. Ci affidano degli incarichi. Insistono per farsi narrare. Narrativa e saggistica sono solo tecniche diverse per raccontare una storia. Per ragioni che non comprendo fino in fondo, la narrativa si agita al di fuori di me.

La saggistica mi viene strappata dal mondo dolente e spezzato in cui mi sveglio ogni mattina.

Il tema di buona parte di quello che scrivo, narrativa e saggistica, è il rapporto fra potere e impotenza, e il conflitto infinito, circolare, in cui sono impegnati questi due elementi. John Berger, autore straordinario, una volta ha scritto: "Mai più una singola storia verrà raccontata come se fosse l'unica". Non c'è mai un'unica storia. Ci sono solo modi di vedere. Perciò quando racconto una storia, non la racconto come un ideologo che contrappone un'ideologia assolutista a un'altra, ma come un cantastorie che vuole condividere con altri il suo modo di vedere. Anche se può sembrare il contrario, quello che scrivo in realtà non parla dei paesi e della loro storia, parla del potere. Della paranoia e della spietatezza del potere. Della fisica del potere …".

1 Arundhati Roy, Il dio delle piccole cose, Parma, Guanda, 1997.

2 La lotta della popolazione del Normada ha avuto echi, anche nella stampa italiana. Per maggiori informazioni si consulti il sito dei "Friends of River Narmada", http://www.narmada.org (" … una coalizione internazionale che funziona come rete di solidarietà per il Narmada Bachau Andolan, il Movimento per la salvezza del Narmada che da quasi dieci anni subisce una durissima repressione da parte delle autorità indiane. La costruzione delle dighe rischia di avere un impatto pesantissimo su milioni di persone che vivono nella vallata e lottano per non venire deportate nelle bidonville di Delhi o di Calcutta …", da "Liberazione", 28.12.02).

3 Dalla presentazione di copertina del volume citato.

4 "Guerra e potere", comparso sulla rivista indiana "Frontline (e ripresa, in Italia da "Internazionale", 459, 18 ottobre 2002).

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