1 settembre 2005
Dario Ghelfi
 

GUERRA DI RELIGIONE ED ISLAMICI MODERATI

 

          In questi tempi di guerra globale al terrorismo, è costante preoccupazione (non sappiamo quanto sentita) dei governi occidentali informare che il nemico da battere è l’estremismo islamista, e non una civiltà, una cultura, una religione. Ci sono di mezzo degli attentati e quelli colpiscono alla cieca: non c’è nessun fine che giustifichi un mezzo simile o meglio mezzi siffatti delegittimano qualsiasi fine, tanto più che, anche in relazione ad una supposta sorta di ritorsione terrorista per la guerra in Irak, quando si mettono bombe nei treni e nelle metropolitane, con ogni probabilità si vanno a colpire (facendo riferimento a quelli che questi mezzi pubblici usano regolarmente), per la maggior parte, proprio persone che quella guerra non volevano ed osteggiano.

          Dunque nessuna campagna anti-islamica, ma mano tesa ai musulmani moderati. C’è, però in questa posizione qualcosa che non ci convince.

          E’ stato scritto che la stragrande maggioranza dei musulmani che sono entrati nel nostro Paese, é venuta per lavorare ed abbiamo anche letto che il 90% di loro NON frequenta le moschee.

          Ma appena si passa alle ipotesi di discussione con i  musulmani moderati, ecco che entrano, sempre e comunque, in gioco gli imam e le rappresentanze religiose. Non si parla mai di cittadini, quasi che chi proviene da un paese ufficialmente islamico, dovesse per forza essere religioso e non potesse essere agnostico o laico o in procinto di diventarlo.

          La situazione è speculare a livello internazionale (gli Stati cosiddetti musulmani).

          Recentemente abbiamo letto su “la Repubblica” che “ …quest'epidemia terroristica, per quanto spettacolare, sanguinosa e politicamente efficiente, contamina solo un numero ristretto d'individui, e non riesce a trasformarsi nel movimento di massa invocato dai suoi portavoce, che dovrebbe distruggere i regimi "marci" del mondo musulmano per conquistare poi l'Europa e l'America, nella visione messianica d'un Islam trionfante. Incapace di conquistare il potere in Egitto, in Algeria, in Bosnia, nel Kashmir o in Cecenia negli anni '90, il movimento islamista s'è scisso in due: i “moderati", provenienti dai ceti medi urbani, sono stati cooptati, o stanno per esserlo, da vari governi: queste formazioni contribuiscono alla stabilità dei regimi esistenti in cambio di un" 'islamizzazione" delle leggi e dei costumi, oltre che di prebende economiche.  Ma questo "tradimento" della causa della Jihad è sentito amaramente dai gruppi più radicali: il terrorismo è il prodotto di quest'amarezza ...”. A parte il fatto che potrebbe essere utopico pensare che i moderati cooptati dai vari governi, possano essere un argine al proselitismo terrorista (i moderati cooptati, dei ceti medi, saranno sempre un’insignificante minoranza, a fronte delle sterminate masse indigenti), non sorge a nessuno il dubbio che l’islamizzazione delle leggi e dei costumi (che è già in atto, tanto che il movimento di Banda Aceh non ha fatto tempo a firmare un accordo con il Governo indonesiano, che già, in nome della sharja, laggiù è avvenuta una fustigazione di donne, con tanto di pubblico, famiglie e bambini ad applaudire), creerà inimmaginabili sofferenze alle donne e la perdita di quegli spiragli di libertà personale, che faticosamente negli ultimi cinquant’anni, erano stati conquistati?

          A partire dal secondo dopoguerra, in nome dell’anticomunismo, le potenze occidentali hanno fatto di tutto per spezzare i nazionalismi, i movimenti sindacali, le organizzazioni laiche nei Paesi musulmani. Non dimentichiamo che le prime azioni dei ribelli afgani, contro il regime rivoluzionario che aveva abbattuto la monarchia, sono state indirizzate contro i maestri alfabetizzatori che insegnavano alle donne. Nessuno parla più di quello che era l’Afganistan prima della rivolta islamica e della sua tragedia (le lotte fratricide tra i due partiti comunisti, le difficoltà delle élites rivoluzionarie di raccordarsi al popolo e l’infausta chiamata dei Sovietici).

          Tutto è nato da lì, ma l’apprendista stregone non ha ancora imparato la lezione.

 

 

 

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