01 settembre 2007
Dario Ghelfi

LA PISTA DI SABBIA

 

         Non abbiamo certo intenzione di presentare la trama delle vicende che si snodano in quest’ultima fatica di Camilleri (Andrea Camilleri, La pista di sabbia, Palermo, Sellerio, 2007) e che vedono il commissario Montalbano, muoversi in un mondo di nobili, appassionati di equitazione, che lo scrittore descrive con devastante e corrosiva ironia. Una bella storia, tra l’altro raccontata con verve e facendo ampiamente ricorso a quella sua lingua particolare, che tanta parte ha avuto nel successo dello scrittore e che in talune ultime sue opere ci sembra essere stata più “controllata”.

 

 

 

 

         L’indagine è l’occasione per riprendere e giocare con i diversi personaggi. Ci sono quasi tutti, da Mimì Augello, a Fazio, da Catarella a Galluzzo, da Gallo ad Ingrid. Fazio ritorna con la sua passione per i dati anagrafici delle persone sulle quale indaga e per una volta Montalbano (che sempre minaccia di sparare al suo sottoposto se si azzarda a recitarglieli), per una volta è costretto a subire, come riparazione ad una domanda che aveva fatto e che aveva offeso Fazio. Altri personaggi di contorno, sono accennati, dal giudice istruttore Tommaseo (noto per i suoi “pruriti” sessuali), al giornalista della televisione locale, Pippo Ragonese (dalla “faccia a culo di gaddrina”), al segretario del questore Bonetti-Alderighi (croce e delizia di Montalbano), Lattes, detto “lattes e miele”, per i suoi comportamenti melliflui ed untuosi e che continua a chiedere al “nostro” come stanno moglie e figli.

         Alcuni fotogrammi imperdibili.

Per primo, il dottor Pisquano, vero punto fermo di ogni inchiesta, il medico legale, professionista ineguagliabile, ma dal carattere impossibile. E’ intrattabile quando la serata precedente ha perso al poker e questa sembra la situazione che puntualmente si verifica in concomitanza con le indagini di Montalbano e le relative richieste dei risultati delle autopsie da parte sua, ciò che comporta esilaranti guerriglie verbali tra i due, telefoniche o dirette, con Camilleri che si diverte ad inventare sempre più ardite soluzioni ironiche.

Ecco un fotogramma, relativo a questo specifico caso: una presentazione telefonica del dottor Pisquano a Montalbano:

 

“Com’è che ancora non mi ha scassato i cabasisi?” esordì Pisquano

 con la gentilezza che lo contraddistingueva.

 

         Poi un secondo (e nuovo) personaggio, un altro giudice, tale Giarrizzo:

 

         Il quarantino pm Nicola Giarrizzo era un omone massiccio, squasi dù

            metri d’altizza per squasi dù di larghezza, che quanno parlava con

            qualichiduno gli piaceva caminare càmmara càmmara con la conseguenza

            che annava continuamente a sbattiri ora contro ‘na seggia ora contro

            l’anta di ‘na finestra ora contro la so stissa scrivania. Non pirchì gli

            fagliava la vista o era distratto, ma pirchì lo spazio di ‘na normali

càmmara da ufficio non gli abbassava, pariva un elefante dintra ‘na

cabina telefonica.

 

 

         Gli incontri ed i dialoghi tra Montalbano e Giarrizzo sono veri e propri capolavori, pari a quello che il nostro commissario ha con il suo vice che si presenta con gli occhiali, segno (ne deduce poi Montalbano) di resa incondizionata alla vecchiaia.

 

            Cavò dalla sacchetta un foglio, inforcò un paro d’occhiali. Montalbano aggelò.

            “Mimì!”

            Fu squasi un grido. Augello lo taliò surpriso.

            “Che c’è?”

            “Ma tu … tu …”.

            “O matre santa, che feci?”.

            “Tu porti gli occhiali?!”

            “Beh, sì””

            “E da quando?”

            “Aieri sera sono andato a ritirarli …”

            “Maria, quanto mi sembri strammo, Mimì, con l’occhiali!”

“Strammo o non strammo, ne avivo necessità. E se vuoi un consiglio, magari tu dovresti farti dare ‘na tagliata all’occhi”.

            “Io ci vedo benissimo!”.

            “Lo dici tu. Ma io vedo che per leggere, da qualche tempo, hai cominciato a tenere le razza        stise”.

            “E che significa?”.

            “Significa che sei presbite. E non fare quella facci! Mittirisi un paro d’occhiali non è la

            fine del munno!”.

La fine del munno certo no, ma la fine dell’età adulta sì. Mittirisi l’occhiali significava arrendersi alla vicchiaia senza fare un minimo di resistenza.

 

            E parte così un tormentone, che farà più di una volta uscire dai gangheri Mimì Augello, ma che ci rimanda a quel terrore della vecchiaia che già era stato protagonista di un’altra avventura di Montalbano, quella “La vampa di agosto”, che abbiamo recensito tempo fa in questo stesso sito. E la nostra riflessione su questo nuovo caso di Montalbano si indirizza, così, verso questa paura di Montalbano nei confronti della vecchiaia, lasciando “liberi” i lettori di gustarsi lo scorrere degli eventi.

         In quella avventura, a fronte di un irresistibile attacco di una bellissima ventenne, Montalbano aveva tentato di resistere, non tanto per fedeltà a Livia, l’eterna fidanzata di Boccadesse (Genova), quanto perché dubbioso di poter “tenere”, in una relazione con una ragazza così giovane. Aveva conosciuto una (chiamiamola così) dolorosa sconfitta, nel senso che aveva ceduto, rendendosi poi conto di essere stato usato dalla “picciotta”.

Qui il registro cambia, ma di poco, ed ancora una volta Montalbano ha l’impressione di essere diventato una sorta di oggetto sessuale per la splendida Rachele, alla quale cede, in un rapido ed incontrollato congiungimento carnale. Da notare che, ancora una volta, si rinnova una situazione di imprudente assenza di Livia, che qui compare solo sporadicamente, protagonista delle consuete litigate ed azzuffatine telefoniche serali. Il guaio è che la splendida Rachele, una donna bellissima quanto interessante, non ha affatto usato (come la “picciotta” de “La vampa d’agosto”) Montalbano; è una che dichiara di stare bene con lui, che nulla chiede e che è felice di aver ceduto ad un’improvvisa passione. Montalbano dapprima si sente offeso, per essere stato utilizzato come “maschio” e si nega a Rachele, salvo poi rendersi conto che la donna non ha secondi fini, è solare: il volume si chiude con una cena che Montalbano organizza nella sua casa di Marinella, con Rachele ed Ingrid, sfortunatamente preceduta da una telefonata di Livia, cui risponde casualmente la stessa Rachele. Livia chiude la telefonata senza presentarsi:

 

“Chi era?”

“Non me l’ha detto. Ha riattaccato. Una donna”

Non spufunnò suttaterra come le altre volte, ma sintì che il soffitto

della càmmara gli cadiva ‘n testa. A telefonari era stata sicuramente

Livia! E ora come faciva a spiegarle che era ‘na cosa ‘nnuccenti?

Mallitto il momento che gli era vinuto ‘n testa d’invitarle! Previde

‘na nuttata amara, passata al telefono …

 

            Problemi certamente, anche perché la bellissima Ingrid, che sembrava ormai rassegnata e che non tentava più di sedurre Montalbano, comincia a risentirsi, del fatto che il commissario faccia il “santo” con lei e poi faccia l’amore con le altre (nel caso specifico, l’amica Rachele).

         Strana vicenda questa di Montalbano che, in tutte le sue avventure, di assalti di belle donne ne ha respinti tanti (senza contare quelli di Ingrid), quando era giovane ed adesso che è ossessionato dalla vecchiaia, cede, colpo su colpo.

         D’altra parte Livia è sempre messa di più in disparte da un Camilleri che sembra averla relegata a recitare la parte di una vera e propria moglie, diffidente ed astiosa; ed assente (la situazione ovviamente più pericolosa).

Siamo curiosi di vedere come andrà a finire, perché c’è Ingrid che manca ancora all’appello.

         Accenniamo di sfuggita ad una “piccola” indagine parallela, inserita come diversivo nella storia: gli accertamenti di Mimì Augello in merito alle accuse che un bambino delle elementari fa nei confronti del suo maestro e che l’inquirente giudica alla fine assolutamente fantasiose.

Un raccordo con la cronaca, che ci ricorda come Camilleri colga l’occasione delle avventure di fantasia del suo commissario per raccontare quanto accade realmente nel nostro Paese.

                                

        

 

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