1 febbraio 2009   Dario Ghelfi

AUSTRALIA

 

\Pensavamo ci fossero due percorsi di lettura del film “Australia”, il grande “western” australiano, diretto da Baz Luhrmann ed in programmazione in questi giorni, nelle sale cinematografiche.

Il primo si riferisce a quanto ci vanno dicendo da tempo i giornali: che si tratta di una sorta di “Via col vento” australiano, con tutte le conseguenze che possiamo immaginare. Alcune delle foto in circolazione, con una Nicole Kidman adorante e sognante, mentre guarda il suo aitante mandriano, non fanno che avvalorare i sospetti che si vada in questa direzione. Per chi ha una cultura fumettistica il riferimento va a Diana Palmesi e a Dale Arden, che addirittura apparivano quasi prostrate, mentre si beavano della vista dell’Uomo Mascherato e di Flash Gordon. Chiaramente, poi, è della “serie” di “Via con vento”, il bacio sotto la pioggia, tra i due.

 

Il secondo è quello “geografico”, che effettivamente si gode nella prima parte del film (che si divide in due tronconi), quando un’improvvisata ed improbabile squadra di mandriani conduce attraverso i Territori del Nord una mandria verso la città costiera di Darwin. Gli scenari sono stupendi e ci si lascia trasportare dalle bellissime riprese dall’alto, quando la mandria sta per finire in un impressionante baratro e dalle lunghe carrellate, dai campi lunghi che ci fanno vedere sterminate savane, deserti e paludi. Non per nulla (leggiamo su Wikipedia) che Tourism Western Australia ha speso un milione di dollari nella presentazione dei Territori del Nord negli Stati Uniti, in Canada, in Giappone, in Europa ed in Sud Corea.

         Il film è stato girato nell’area di Kununurra, con temperature che superavano i 43 °C (109 °F); consigliamo tutti a fare una scorribanda on-line per ammirare le bellezza del Territori del Nord.

E’ evidente che senza condividere totalmente quello che scrive Natalia Aspesi (un giudizio negativissimo) non possiamo non notare le sdolcinature, la lunghezza del film e i suoi ripetuti “happy end”: i buoni sono veramente buoni ed i cattivi veramente cattivi (a parte il razzista feroce, gestore del bar di Darwin dove “scende” in nostro mandriano quando va in città, che alla fine si batte al fianco del “negro” , per salvare dei piccoli aborigeni, dalle truppe giapponesi). Alla fine il combattimento tra buoni e cattivi si conclude sempre con la vittoria dei primi, con una prevedibilità assoluta. La figura dell’aristocratica inglese che arriva in Australia e si trova in mezzo ad una scazzottatura e alle prese con il ruvido linguaggio del “suo” mandriano è un “dejà vu”, dal mitico “La Regina d’Africa” con Bogart e la Hepburn, citato dalla Aspesi), al più recente (e ambientato in Australia) “Crocodile Dundee”, qui con una giornalista americana, alle prese con un cacciatore di coccodrilli. La “nostra” aristocratica, ben presto, farà, maliziosamente suo quel linguaggio forte (“Porca vacca”).

Il mandriano è rude, ma bello e maschio e non c’è dubbio che le ragazze dell’intera aristocrazia inglese si sarebbero messe in fila per cadere nelle sue braccia.

Il regista poteva, comunque, fare a meno, di presentarcelo, sbarbato e in smoking, come quando si presenta ad un  ricevimento della ricca società di Darwin (la cosa, comunque, non si ripeterà più).

  

 

 Ma c’è un terzo percorso di lettura ed è quello (tra l’altro ben evidenziato dalle didascalie all’inizio ed alla fine del film) degli aborigeni, della loro infanzia rubata. C’è stata, infatti, per lungo tempo, la criminale  operazione di strappare i bambini mulatti alle loro madri indigene (stuprate dagli “aristocratici” pionieri, che si dimenticavano di esserne i padri), considerate dai bianchi nulla più che delle prostitute. Si legge su Internet che uno dei “protettori regionali” delle popolazioni indigene, scriveva che “ le madri aborigene avrebbero rapidamente dimenticato la loro prole. Il loro dolore, dichiarava, era solo legato al dispiacere della perdita dei futuri incassi che avrebbero potuto provenire dalla prostituzione delle figlie” (sull’argomento vedi il film “La generazione rubata” (RABBITT PROOF FENCE) di Phillip Noyce, del 2003). Così non c’è da stupirsi, così, quando impariamo che all’arrivo degli inglesi gli aborigeni erano stimati in un numero che andava tra i 250.000 e i 750.000, per ridursi, poi, a 31.000 unità nel 1911. E non è che, in quel continente,  dalle altre parti, succedesse di meglio; in Tasmania “poliziotti, soldati e gruppi di vigilantes cancellarono l’intera popolazione aborigena nei primi decenni dell’‘800”. In Australia e in Nuova Zelanda, i superstiti vennero rinchiusi in riserve dove si abbruttirono nell’ozio, nel degrado e nell’alcool (stessa cosa che era capitata ai nativi negli Stati Uniti), cosa che fornirà ulteriori pretesti per intervenire a negare la loro cultura e la loro identità (vedasi, per la Nuova Zelanda, “Once were warriors”, in riferimento ai Maori.

 

“Australia”è permeato, così, da una profonda simpatia per la cultura indigena, che in Italia dovrebbe essere molto poco conosciuta. Dobbiamo confessare che gran parte di quello che sappiamo lo dobbiamo a un fumetto, a “Martin Mistère” che ha dedicato parecchi albi e parecchie storie agli aborigeni australiani, ai loro “canti” ed ai loro sciamani; d’altra parte non possiamo non ricordarci quello che ha scritto una volta Antonio Faeti, che se nella scuola italiana i ragazzi sapessero degli Etruschi quello che di loro si legge nelle avventure del personaggio che abbiamo ricordato, avremmo raggiunto vette di eccellenza. E lì che, in prima istanza ovviamente, siano venuti a conoscenza dei miti degli aborigeni, quando, prima della comparsa dell’uomo, c’era l'Altierjinga, il “Mondo del Sogno”, luogo misterioso ma reale, fisico, avvertito e visto, però, solo dagli aborigeni (e da qualche bianco “eletto”). Sognare per gli aborigeni è cantare e creare e quando le creature di quel loro mondo del sogno, i Kundingas, uomini/animali, lasciarono la nostra terra, i sogni divennero realtà: “ I sogni presero la forma di oggetti naturali e di concetti astratti, esiste così il “sogno dell'acqua”, una roccia che esprime l'essenza dell'acqua, e il sogno dell'aria, il sogno del cielo, il sogno della forza, il sogno della giustizia, ...”. A questi miti, seppure in modo non approfondito, rimanda il film e questo è senza dubbio un suo merito.

Nel film c’è, poi, un bambino meticcio, nipote di un grande sciamano (“King Gorge”,

 

 

che per la verità interviene spesso, come un “deus ex machina” a risolvere le situazioni più intricate); il bambino, voce narrante del film, “canta” e si raccorda, alla giovane lady inglese che, alla fine accetta i rituali della sua cultura e gli permette di fare “il viaggio” con il nonno, (il rito del passaggio all’età adulta), reprimendo quelle che sono le sue ansie di madre adottiva. Anche questo è un piccolo segno a favore del film.

  

Dario Ghelfi

 


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