Giulia Zaffagnini,  1 agosto 2015

 

Buonasera a tutti,

mi chiamo Giulia Zaffagnini e sono una studentessa del secondo anno di SFP.

Fino ad ora nella mia vita, per quanto io sia stata poco decisa e convinta di molte cose, posso dire di avere, almeno in un campo, fatto la scelta giusta; e cioè iscrivermi a questo corso di Laurea.

Sono uscita due anni fa da cinque anni di Liceo Scientifico, per nulla amato purtroppo, ma ad ogni modo accettato e finito volentieri, e non posso dire di essermi pentita della scelta che feci da ingenua quattordicenne, dato che ogni professore mi ha insegnato ad adottare il metodo di studio più adeguato  per affrontare poi l’Università : li ringrazio ancora oggi.

Dalla seconda superiore ho scoperto quanto i bambini fossero una fonte di felicità per me, grazie alla loro trasparenza e al loro affetto incondizionato che mai un giorno hanno esitato a trasmettere; me lo sentivo : volevo studiare per diventare insegnante. Le mie prime esperienze nacquero a livello parrocchiale come educatrice a bambini di età che variavano dagli 8 ai 13, per poi scoprire con entusiasmo anche quanto mi piacesse passare del tempo con ragazzi disabili con cui ho vissuto molte emozioni.

La sincerità dei bambini mi ha sempre affascinata e colpita e finite le superiori avevo intenzione di studiare per informarmi e conoscere un mondo nuovo di cui purtroppo sapevo ben poco, ciò che mi portavo dietro erano le esperienze personali grazie alle quali sono riuscita a fare luce sul mio futuro.

 Questo è il secondo anno che sono iscritta a Scienze della Formazione Primaria, e non potrei essere più contenta. Le materie che studio mi interessano moltissimo, mi hanno aiutato ad approfondire tematiche che mi hanno sempre affascinato, e sono riuscita finalmente ad ampliare la sfera umanistica delle mie conoscenze (che alle superiori era venuta a mancare).

A livello universitario sento di aver fatto la scelta giusta, e di questo sono contenta.

 

Perché l’Erasmus?

Al primo anno di Università, nonostante fossimo più di un centinaio, mi accorsi soprattutto in alcune ore di lezione, che si presentavano studenti stranieri che si sedevano in mezzo a noi per frequentare il corso, studenti prevalentemente spagnoli. Cercai subito di instaurare un dialogo in primo luogo per farli sentire a loro agio, per farli sentire a casa.

Li vedevo raramente purtroppo, ma ogni volta mi chiedevo come potesse essere per loro ritrovarsi in mezzo a un tot di persone di un’altra nazionalità e in più dover riuscire a seguire una lezione in una lingua diversa dalla tua. Vedere e conoscere (anche se per poco) quei ragazzi mi ha aperto gli occhi sull’esperienza Erasmus, dandomi modo di guardarla come ad una enorme opportunità sia di studio che a livello personale, più che ad una perdita di tempo come spesso viene definita.

Ad ogni modo è da quando ho visto quei ragazzi che non riesco a togliermi l’idea di andare in Erasmus.

Di tempo ne ho avuto per pensare e per riflettere su tutto ciò, perché comunque non è così facile decidere di partire o meno.

[Ho pensato a cosa vuol dire partire : significa lasciare la mia mamma e il mio cagnolino a casa da sole per 6 mesi, consapevole di quanto possa causare dispiacere la mia mancanza a casa;

significa lasciare le passioni che ho coltivato per anni]

Sono arrivata alla conclusione che l’Erasmus è davvero molto più di una semplice opportunità di studiare all’estero, in una città che forse non hai persino mai visto, ma più che altro si tratta di una vera possibilità di crescita personale; oggi più che mai c’è bisogno di scambio tra le varie culture, è importante conoscere le diversità che ci circondano per imparare ad essere tolleranti e per aprire i propri punti di vista, e il modo migliore forse è proprio iniziare così, dai giovani che studiando all’estero decidono di mettersi in gioco, di allontanarsi da casa per vivere 6 mesi o più in piena autonomia imparando quindi a valutare cosa davvero voglia dire “camminare con le proprie gambe”, aprendo gli orizzonti e facendo tesoro di ogni esperienza e di ogni conoscenza, di qualsiasi nazionalità essa sia.

Creare ponti di comunicazione, creare modi diversi per farsi capire, conoscere punti di vista differenti, conoscere tradizioni diverse, scoprire lati di noi stessi che forse non potremmo mai conoscere senza partire per una tale opportunità, riconoscere i nostri limiti che sicuramente potrebbero venire a galla e tornare indietro con qualcosa in più, una parte di te che ti porterai sempre dietro, e che perché no? Magari rifarai al più presto.

Questo è tutto ciò che più mi motiva ad intraprendere questa esperienza, con la consapevolezza che forse non sarà facile, ma con la gioia e le braccia più aperte possibili verso questa grande opportunità di crescita a livello umano, per poter sempre migliorarsi nel rapporto con gli altri e nell’accettazione di ogni diversità.

 

 

 

9 settembre 2014

Non so se le cose dovessero proprio iniziare così, ma penso che spesso nella vita più sono le cose che ancora non sai e meglio sia.

Mi ritrovo a passeggiare per le vie di Barcellona, senza sapere ancora bene cosa vado cercando. I miei occhi vengono attirati da ogni qualsivoglia colore, di un’insegna, di una borsa, di una torta esposta in vetrina, dalle linee della metropolitana che esplodono sulla cartina come un arcobaleno senza forma precisa.

Mi han detto che la metro di Barcellona è prova a di scemo.

 

11 settembre 2014

 

 

Diada Nacional de Catalunya

Giorno di festa della comunità Catalana.

300 anni fa , nel 1714, Barcellona cadde nelle mani borboniche…pian piano mi sto documentando , mi pare giusto, sulla storia della regione spagnola in cui dovrò passare 6 mesi della mia vita. Di una cosa sono sicura, non voglio essere qui solo di passaggio, voglio viverci realmente , da residente quale sarò quando avrò conseguito il NIE, il documento necessario per il mio periodo di permanenza qui come studente.

 

L’11 settembre 2014 Barcellona vede riempire le proprie strade di persone, tutte vestite di giallo o rosso, e molti portano al collo la bandiera della Catalogna. Che decisamente puoi vedere appesa un po’ dappertutto per le strade; interi edifici colorati di giallo a strisce rosse. Catalogna sembrano dire.

“Ara és l’hora”, questo è lo slogan inciso sulle loro magliette, ma più che altro è inciso nelle loro menti e nel loro legame con la tradizione.

“Questo è il momento”, di cambiare e migliorare le cose.

E mentre tutti i Catalani sono in movimento, io e la Rita ci districhiamo per le strade in cerca di una camera.

Quattro muri che diventeranno la mia casa, che racchiuderanno per sei mesi la mia gioia e la mia tristezza, la mia paura e la mia adrenalina.

Entro domani (12/09) dobbiamo trovare perentoriamente un alloggio dato che è l’ultimo giorno di permanenza qui a Barcellona della Rita.

La speranza mi sta accompagnando, da quando sono partita da casa fino ad oggi!

 

 

14 settembre 2014

In cerca di una chiesa.

Non sapevo dove poterla trovare, ero solo a conoscenza della sua esistenza perché potevo scorgerla dalla finestra della mia camera. O forse scorgerla allude a ben troppo; ciò che mi erano i visibili erano i merli del tetto e una piccola parte del rosone situato in una delle facciate, che si distinguevano tra le centinaia di tetti del distretto di Horta.

È qui dove vivo. Barrio : Horta-Guinardo.

Ma più precisamente l’appartamento trovato al limite di scadenza si trova alla fermata della metro : Horta.

Ad ogni modo ; che ci fosse una chiesa, non troppo lontana da qui, di quello ne ero certa.

Mi alzo per le 9 e senza troppa fretta nel percorrere la routine mattutina, esco di casa per le 10 meno 10.

Dopo una serie di stradine percorse senza una vera direzione ma intraprese solo istintivamente, ho raggiunto la chiesa che ancora era chiusa.

Di fianco alla chiesa però, un cancello aperto mi invita ad entrare. Delle persone vicino ad una finestra con su scritto “espai d’accolliment” : spazio di accoglienza. Persone che escono con sportine piene di cibo, ed io entro per chiedere informazioni. All’entrata un ragazzo segna su un foglio le presenze, e proprio come in ogni spazio d’accoglienza che si riconosca come tale, all’interno vi sono persone , ma soprattutto signore paffutelle dall’animo gentile e dal cuore grande che servono la colazione.

Chiedo informazioni per la messa e una delle signore non smentisce la mia prima impressione sul suo animo. Mi guarda con occhi sensibili e cingendomi il braccio risponde alla mia domanda formulata a stenti in uno spagnolo ancora in fasce.

Spero che questa messa, di cui ancora non so cosa capirò, aiuti ad acquietare il mio spirito e a tranquillizzare il mio animo che ora è troppo cupo.

È solo, con la sua voce e i suoi pensieri e fatica a capire qualcuno che da casa reclama comprensione.

 

 

 

 

 

16 settembre 2014

First day of lesson.

Mi ritrovo già ad essere in ritardo. Non tanto a causa dei mezzi di trasporto, la metro è forse anche troppo veloce, ma fatico realmente a comprendere le indicazioni della segreteria al punto informazioni dell’Università. Comunque mi ritengo già soddisfatta di aver raggiunto senza problemi il luogo : Universitad de Barcelona, UB.

Non so come ma alla fine riesco a trovare l’aula 1001. Aspetto fuori dalla porta ancora chiusa; sento che il timore di arrivare in ritardo alla mia prima lezione si è trasformato nel timore di farsi riconoscere come un’entità differente.

Cittadina Europea, ma studente Erasmus per l’Università di Barcellona. Un nuovo personaggio da catalogare e includere nella classe.

Piano piano il corridoio che fino a soli 5 minuti fa conteneva la mia sola agitazione nell’attendere, si è riempito di ragazze, e qualche sporadico soggetto maschile. Incredibile notare come l’affluenza di uomini ai corsi di laurea per diventare insegnanti sia sempre di un numero molto minore rispetto a quello delle donne.

E non solo in Italia.

Ma mi viene da pensare che probabilmente i pochi uomini che decidono di intraprendere questa facoltà sia proprio perché lo vogliano veramente, non perché sia meno impegnativa o più corta; mi pare difficile pensare che ci siano ragazzi che per facilitare la loro carriera universitaria decidano di scegliere un percorso di studi che li porti a diventare insegnanti, per questo sono arrivata alla mia conclusione che i pochi uomini presenti alla facoltà di Scienze della Formazione Primaria in Italia e di quelli a Formaciò De Profesorado a Barcellona siano forse più motivati di tante altre donne presenti.

Parlo sempre di personali teorie ad ogni modo.

 

 

19 settembre 2014

 

 

 

 

Xurros al cioccolato!

Sulla vetta del mondo.

Così in alto sulla collina. Perché venire fin qua su?

Dopo una corta ma faticosa salita per arrivare alla funicolare; ma per dove?

Per raggiungere il Monte Tibidabo; un santuario che si erge alle spalle del centro di Barcellona; ogni giorno il santuario controlla il mare dall’alto e la città tutta.

Una spianata immensa di abitazioni dai colori variabili dal bianco al rosso mattone; un microcosmo di circa un milione e seicento mila umani che si stanno muovendo ai piedi della collina, e sotto ai nostri occhi, che purtroppo non sono in grado di vedere così a fondo.

Siamo in alto adesso, non più nel pieno della fiumana di turisti che ogni giorno affollano le strade della città e intasano il marciapiede di fronte all’Hard Rock cafè in Piazza Catalunya.

Non ci confondiamo più tra gli studenti spagnoli dell’università , non siamo più a farci compatire nei diversi supermercati o bar della città dove ancora non sei in grado di formulare una frase di senso compito con soggetto, verbo e complemento.

Ora siamo finalmente su quella vetta che da due settimane ossessionava la mia vista.

Non appena il mio raggio visivo guadagnava spazio intorno a sé, due volte su tre la prima cosa che scorgeva era proprio questo Tibidabo.

Ci dovevo arrivare prima o poi. Arrivati al punto panoramico con estrema impazienza  abbiamo sguinzagliato i nostri occhi verso la città e il mare che si estendevano davanti a noi.

Emozionante vedere l’impronta di una nuvola nel cielo che copriva parte della città, l’intera nuvola proiettata sulle abitazioni, che divenivano in ombra, si oscuravano.

Il paradiso dei sensi.

 

 

21 settembre 2014

Il corretto  modo di intrattenere le persone , la giusta modalità di divertimento e aggregazione.

Feste della città che racchiudono eventi di ogni tipo, tra artisti di strada, assemblee, parate, spettacoli, gente di ogni età, colore, cultura; si riversa sulle strade per raggiungere una qualsiasi attrazione. Sentire di poter condividere con tutti questo clima di festa, questo tipo di intrattenimento che aggrega e accomuna tutti.

 

23 settembre 2014

Equinozio d’autunno.

 

Non so se possiate immaginarvi : quale sia la peculiarità che più ho notato durante la mia permanenza qui, a Barcellona da 16 giorni.

Dieci di questi vissuti da sola, o meglio, vissuti solo con le mie scelte e la mia organizzazione, che fino ad ora non sono mai state così autonome.

Ciò che più ho notato camminando per le strade della città e facendo tesoro solo di una conoscenza visiva e immediata delle cose, è stato lo spirito di manifestazione, fratellanza e condivisione che più mi ha colpita. E tra le diverse manifestazioni ce né una in particolare che mi ha stupita.

È stato incredibile vedere parate di uomini, donne e bambini che acclamavano a gran voce il diritto di una scuola pubblica migliore.

Persone divise per contrade (ma questo non è il termine giusto) con magliette personalizzate , tamburi, musici, maschere, carri e costumi a tema. La maggior parte delle persone indossava una maglietta gialla con scritto “ per una scuola pubblica migliore” .

E poi ancora la Diada dell’Indipendenza, l’11 settembre in cui è avvenuto il corteo più numeroso e colorato che io abbia mai visto.

500 mila persone in strada organizzate in un corteo vittorioso che urlava il diritto di votare al referendum del 9 novembre, ancora non approvato dal Governo Spagnolo. Ma la Catalogna avanza, e va oltre.

Il referendum si farà in ogni caso.

 

2 ottobre 2014

Melting pot.

Conoscere persone nuove ogni giorno, persone con cui parlare una lingua differente. In un mese penso che la mia testa si sia abituata a parlare in un modo non usuale. Persino mi ritrovo a pensare a volte in un’altra lingua; passeggio per la strada e i miei pensieri cominciano a martellarmi dentro con una nuova cadenza, una nuova pronuncia : inglese. Il primo giorno ho contratto un mal di testa a causa del nuovo modo di pensare che si era appunto appropriato della mia mente, non lasciandole altro spazio per dedicarsi ad altro. Ma non è tutto. Sto provando anche a farlo in spagnolo, ed in più a lezione mi sto sforzando di comprendere anche il Catalano. Tutto è possibile. Ma più che altro è necessario!

Mi sto riempiendo di tutto e di tutti. Tutte le persone e i luoghi che incontro entrano a far parte della mia vita.

Chi per poco e chi per più tempo.

Sento nostalgia di casa?

Devo ammetterlo : non proprio.

Non è nostalgia la mia, è un ricordo felice, è una consapevolezza costante, ma non rasenta il nostalgico.

Sto vivendo nuove emozioni, sto scoprendo mie nuove peculiarità , e voglio continuare così, a scoprire e conoscere.

Qui ci sono davvero stimoli di ogni genere e in qualsiasi angolo della città.

Musei, mostre, concerti, manifestazioni, feste, cibi da assaggiare, c’è tutto … se desideri conoscere, c’è Tutto.

Penso che l’esistenza umana a volte sia davvero solitaria. E non posso dire di vedere negativamente questo stato delle cose, non abitudinale si intende. Capita però di sentirsi soli anche quando si è in gruppo. Non è la compagnia che non ti garba : t’agrada mucho tambien stare in mezzo ad altri, ma anche quando sei lì necessiti di un tuo momento, di un tuo spazio ristretto dove pensare e viaggiare e parlare e scoprire.

Sull’autobus, alle 2 e 40 del mattino , ti senti solo sul tuo cammino ma in compagnia sui mezzi che usi per percorrerlo.

Non è un problema per me se il mio cammino non coincide mai con quello di qualcun altro, l’importante è condividerlo.

 

 

 

7 ottobre 2014

A volte mi stupisco davvero di quanto le persone possano sorprendere. Ti aspetti una cosa , ma poi succede tutt’altro.

Scendi le scale rapidamente, vestita completamente a caso, reduce da un’ora di completa attesa mista a nulla facenza, per poi capire di soprassalto di dover scendere le scale perché c’è un pacco postale che ti sta aspettando all’ingresso.

Mittente del pacco : Matthew.

Da casa ha deciso di spedirmi qualcosa.

Scatto dalla sedia sulla quale oramai avevo messo le mie radici. Il suono del campanello mi sveglia e mi catapulto di sotto.

Apro la porta ed aspettarmi non c’è tanto un pacco quanto una persona.

Che si è fatta mille e seicento kilometri in macchina per raggiungermi.

Fino a Barcellona.

Giusto solo per una sorpresa. Per poi ripartire un giorno e mezzo dopo.

Mai sono stata così sorpresa di vedere qualcuno e allo stesso tempo felice e incredula.

 

24 ottobre 2014

                                                                 

 

Music al metro.

 Cammini per minuti interi senza vedere la luce naturale, mentre sei lì non te ne accorgi, tranquillo.

Cammini convinto solo del luogo che devi raggiungere. E la metro è la via più comoda, o almeno così pare.

Sì, cammini, ma intanto non ti accorgi della monotonia e della claustrofobia che ti inglobano in un ambiente che in poco tempo diventerà la tua normalità.

Mi lamentavo sempre del treno ma credo di stare solo ora assaporandone i vantaggi.

In questo tubo sotterraneo senti il calore dell’entroterra e vedi le facce di uomini, donne, bambini, adolescenti, coppie, coppie con neonati, coppie etero e omosessuali, giovani mutlietnici, tutti che utilizzano questo mezzo pubblico per raggiungere la scuola, il posto di lavoro, un amico, un luogo di attrazione, o semplicemente per spostarsi da una parte all’altra della città.

Non so quanti si accorgano della carenza di luce e vitalità che questo tubo ti costringe a subire; forse presi dalla fretta o dalla paura di non arrivare in tempo, o semplicemente schiavi di una vita abitudinaria che ci chiede di essere 5 giorni a settimana nello stesso posto, alla stesa ora per poi andarcene da questo posto sempre ad una certa ora e per questo in conclusione prendere la metropolitana per 5 giorni  a settimana sempre negli stessi momenti.

Lo stesso tragitto, senza luce naturale ogni mattina, cammini per cambiare linea, una o anche due volte, ti sposti sulle scale mobili e poi fai anche una piccola corsetta per salire sulla metro che è appena arrivata e tu sei ancora all’ultima rampa di scale, che ti mangi gli ultimi tre gradini con un salto felino.  Ma alla fine ce la fai, con un po’ di fiatone ma ce la fai, sei dentro proprio quando finisce l’allarme di chiusura delle porte, un suono a dir poco ripetitivo e stressante.

Ma probabilmente solo io mi accorgo di questi piccoli particolari perché mi ritrovo a passare qui a Barcellona solamente sei mesi della mia vita e per di più in Erasmus, in una città completamente diversa da quella in cui vivo, Faenza, dove di solito mi sposto in bici o a piedi.

Se vivessi qua da sempre forse nemmeno mi accorgerei di queste cose.

Ma preferisco potermene accorgere?

 

Forse proprio il fatto che sono qui solo per sei mesi mi fa apprezzare ancora di più un aspetto assolutamente positivo della metro, e che ancora non mi è chiaro se sia stato pensato apposta da un team di psicologi e pedagogisti, o se rimane un progetto iniziato nel 2001 dall’AMUC (Associaciò de musics del carrer i el metro) con la mediazione del Comune di Barcellona. Musics al metro.

Differenti punti sotterranei contrassegnati da un cartellino bianco con scritta nera, accolgono tra un collegamento di una linea con l’altra, artisti di ogni genere.

Dai più stravaganti ai più professionali, dai più tecnici ai meno organizzati, dai più internazionali ai più locali e dai più vitali ai più passionali.

Ogni volta che sento la musica provenire da questo mondo sotterraneo è come se mi si accendessero le terminazioni nervose.

Per questo mi piace pensare che “Musics al metro” non sia solo un normale progetto, ma sia stato appropriatamente pensato per rendere la vita delle persone costrette a prendere la metro quotidianamente, meno monotona e abitudinaria.

La musica rigenera la mente, le persone che viaggiano e che corrono da una parte all’altra, probabilmente nemmeno si accorgono delle incredibili espressioni facciali che può fare il cantante catalano mentre canta e suona a Diagonal. L’ho già incontrato quattro volte, nello stesso posto alla stessa ora, e ogni volta ci siamo fermati davanti a lui, ad ascoltarlo e mirarlo per un poco.

Davvero molto meno omologante diventa la vita nel metro grazie a queste persone.

L’unico peccato è che spesso pochi si fermano ad ascoltare anche solo per un minuto (che lo sappiamo non è un minuti)..tutti devono andare, correre, scappare, raggiungere..

Ad ogni modo, anche se molti non se ne accorgono, la musica nel metro ti entra dentro appena la ascolti.

Qualsiasi suono esso sia, rimane comunque differente e migliore dello stridolio della metro sui binari, o della sirena assordante che anticipa la chiusura delle porte, o dell’assoluta mancanza di luce naturale.

Più musica nel metro chiediamo!
Più musicanti in strada vogliamo!

 

 

15 dicembre 2015

 

A volte può succedere di passare una tipica giornata di merda.

Ti senti messo in mezzo al flusso della vita, incontri persone, vai verso l’università, ti alzi e fai colazione; ed è come se tutto funzionasse in fondo, ma sei TU, che lì in mezzo pari proprio non funzionare.

Aprire gli occhi, a fatica, e sentire la pioggia, ma più che è peggio vederla e vedere il colore del cielo da cui proviene : GRIGIO, spento.

Come la tua vitalità di questa mattina.

Non puoi neanche tirarti su il morale con qualcosa di dolce perché ieri sera hai mangiato troppo e senti ancora quel gomitolo di pop-corn e patatine misto a lasagne e salse speziate che ti rotola nello stomaco.

Bevi solo un bicchiere di latte, e subito dopo sei seduta sulla tavoletta del bagno. Ti vesti in fretta perché sei in ritardo.

Esci, e come tutte le mattine c’è il tubo-metro ad aspettarmi. O meglio sono io che lo aspetto arrivare.

Gli auricolari non funzionano bene ovviamente, come tutte quelle mattine in cui ti svegli e senti il forte desiderio di sentire solo musica dalle tue orecchie. Oggi invece : musica ad intermittenza.

E già sentivo qualcosa nell’aria. Ero in metro e per questo l’aria non c’era, ma una sensazione potevo captare dal mio spazio circostante.

Esco dalla metro, e finalmente o sfortunatamente, qualcosa è davvero presente nell’aria.

Pioggia.

Salgo le scale per uscire dal tubo brandendo l’ombrellino a pois che ancora non so come non si è rotto. Vorrei tornare e dirglielo alla ragazza che me l’ha venduto al Bazar Cina sotto casa.

 

“Se prendi quello che costa meno poi ti si rompe anche prima” mi disse.

 

Eh lo so, ma me ne farò una ragione.

Ed ho scoperto che non si rompe poi così facilmente, vorrei tornare a dirle. E magari iniziare con lei una curiosa e rara conversazione sul perché si producano cose che si rompono facilmente.

Ma forse non lo vorrei veramente.

Anche perché il problema ormai non è l’ombrello che funziona a meraviglia; ma le Stan Smith che ho ripescato dopo decenni dalla mia scarpiera e che non so bene per quale motivo ho deciso di ritirare fuori e di sfoggiare qua, tra le vie di Barcellona.

Oggi infatti piove, e le Smith mi fanno pensare che tornerò a casa e le riporrò dove le ho trovate .

Sento un rivolo di acqua che scorre nel misero spazio tra il mio piede e la scarpa. Dentro la scarpa.

Inizio a sperare che non sia come penso, ma il tragitto verso l’aula mi fa intendere che il destino dei miei piedi è già scritto.

Saranno bagnati, o se mi va bene umidi, fino a che non torno a casa.

Sono le 09:55 e fino alle 16 sarò sicuramente all’università.

 

Arrivata in classe mi ritrovo nel bel mezzo di un contesto di gruppo = socializzazione. Cosa che vorrei evitare dato che le salse ancora presenti nel mio stomaco erano preparate per la maggior parte da cipolla. E si sente! Me lo sento dentro questo saporino che non se ne è andato nemmeno dopo dieci minuti di “spazzoli nata potente : forza x4”.

Imparo a conviverci velocemente ad ogni modo, a meno che non voglia passarmi questa giornata di merda anche a-socializzando, oltre che collezionando sfighe.

La classe di inglese passa in fretta e mi precipito nel bar. Necessito di qualcosa da smangiucchiare , un po’ perché senza colazione la fame avanza e anche perché speravo di trovare un rimedio alla cipolla, tappandola con altri sapori.

Mi concedo un po’ di frutta natural e un croissant normal.

Pago con i miei 5 EUR e conservo i 2EUR di resto e tutta fiera raccolgo le mie due prelibatezze per dirigermi al primo tavolo libero; ma non faccio in tempo a iniziare a camminare che la scettica barista dai riflessi parecchio lenti mi fa domande sul resto che mi ha dato.

“Si si me l’hai già dato il resto” le dico pronta per andarmene al tavolo, ma… “No ma forse ti ho dato 5EUR in più di resto”

“No no solo 2 EUR”

“No, ma sei sicura?”

“Si, non mi hai dato 5EUR, il resto era giusto”

Posso andare ora?

Vorrei chiederle. Si rende conto di essersi sbagliata e mi lascia perdere. Sinceramente fin dall’inizio ho pensato “Ce l’ha con me questa donna…è ovvio, lo sa che non sono del posto, che non parlo Catalano…più di una volta le ho creato un po’ di fila” ; ma più che altro lei è la seconda volta che mi stupisce con queste domande sui resti, da vera donna diffidente. Mi mette in imbarazzo facendomi queste domande davanti a tutti. Pare che io la voglia fregare.

Quieto il mio attimo di ira nei confronti della buona cassiera dell’UB sedendomi al tavolino più libero.

Trovo la posizione giusta per gli auricolari, che ora funzionano per fortuna; e inizio a sentire poco o niente dello spazio intorno a me.

Mi sento meglio.

Per il momento.

Inizio a cercare su internet la trama di Pinocchio, dato che dovrei leggerlo in Catalano, ma ho come un sesto senso che mi dice : probabilmente non riuscirai mai a leggerlo.

La trama è molto completa. Ed è in italiano .

Tra una scena e l’altra della storia controllo i messaggi in arrivo su whatsapp.

Di solito non mi faccio dei veri paini organizzativi delle mie giornate. Ma ci sono volte che mi organizzo anche io.

Giovedì 18/12/2015 : dai i primi due esami la mattina, fino alle 13, e poi alle 15 vai a fare il tatuaggio senza pensieri in testa.

E poi arriva la conferma che forse tu i piani proprio non te li puoi fare nella vita, perché in un modo o nell’altro questi andranno in fumo.

O forse questa è la prova che la vita non può essere completamente organizzata. MAI.

Anzi : tu puoi organizzartela al meglio, ma non puoi prevedere le mosse all’interno del tuo piano; le mosse di chi in un modo o nell’altro vive nel tuo stesso mondo. E te lo condiziona.

 

Un messaggio.

La tatuatrice.

“Tenemos que cambiar la cita para el tatuaje. Miercoles?”

Pare non ci siano alternative per lei, ed in fondo se non si può giovedì nemmeno io ho troppe alternative.

Quindi : “Esta bien. Puedo a las 4.”

Lei mi invia il disegno della semplicissima scritta che volevo incidermi sopra la caviglia destra e mi dice che alle 4 va bene.

Sono carica di vedere l’immagine, e cerco di non pensare troppo al fatto che mercoledì, il giorno prima di due esami, non avrò che un misero tempo per studiare.

Ma almeno avrò un tatuaggio (pensare così non mi fa stare meglio, serve solo a convincermi della cosa).

Aprò la foto del tatuaggio con cura.

Ok.

Speravo di poter avere un’altra reazione; ma vedere la calligrafia della scritta mi ha fatto un po’ scendere l’entusiasmo. Mi ha ricordato una calligrafia stereotipata, troppo uguale a determinate scritte che ogni volta richiamano alla mia mente stili di vita diversi rispetto al mio.

Ma fatto un respiro, accantono il pensiero e mi ributto sulla trama di Pinocchio.

E poi guardare l’orologio e vedere che un’ora di tempo si è ridotta in 15 minuti per finire di trascrivere le scene più importanti della trama, uscire dal bar guardando male la barista, andare in bagno e poi alla classe di matematica.

Ce l’ho fatta.

Sono sul banco che temporeggio.

Aspetto che la lezione inizi.

Rispondo ad altri messaggi e riguardo la foto del tatuaggio, poi la riguardo ancora.

Non potrà essere poi così male. E l’importante rimane il significato.

Iniziamo la lezione di matematica ripartendo dai mosaici irregolari.

Per fortuna che c’è Roser, la prof di mate che mi distrae con i suoi disegni.

Come preparare i mosaici di Granada partendo da mosaici regolari.

Ho scoperto un mondo.

Quando avrò voglia di prendermi un po’ di tempo per me stessa per dedicarmi alla concentrazione, ora so cosa potrò fare.

Interi fogli pieni di decorazioni a mosaico irregolare.

Scarichi la tensione e crei qualcosa di bello da vedere in fondo.

Finisce la classe e mi sento quasi soddisfatta.

So solo che avrei di nuovo fame, ma al bar non ci torno e poi alle 14.30, cioè ora, io e le tre ragazze che ho conosciuto a letteratura per l’infanzia ci incontriamo per iniziare il lavoro di gruppo sull’ormai conosciutissimo Pinocchio.

Tra una cosa e l’altra iniziamo a fare qualcosa alle 15:30.

Se non fosse che esprimersi in spagnolo mi da la possibilità di dire solo la metà delle cose che vorrei, sarebbe tutto più facile e il mio cervello non si stancherebbe così facilmente.

Mi sembra come di sentire le connessioni recettive che si muovono, per trasportare le informazioni di traduzione dei miei pensieri dal cervello alla bocca.

Dopo due ore sto esaurendo le forze.

La cosa più straziante è aver tante cose da dire ma non sapere come spiegarle bene per far sì che si intenda.

Ma non è una novità Giulia questa. Non sei all’Unibo.

Quindi o non parli, oppure questo è quello che puoi fare.

E va bene così.

Dopo due ore siamo riuscite a produrre comunque qualcosa, e anche se non so bene come, lì dentro c’è anche la traduzione in spagnolo del frutto dei miei pensieri.

Saluto tutte e mi alzo.

Incredibile ma sto andando verso casa.

Senza cuffie ma leggendo un libro.

E con la consapevolezza che tra poco i miei piedi potranno essere asciutti.

 

 

 

13 gennaio 2015

Piovve calce.

 

Dalle colline del Parc Guell, a rimirare la città dall’alto che svela ogni suo segreto, da noi scorto tra la foschia di una calda giornata che prosegue per poi terminare.

Scendiamo dalla cima verde della metropoli e raggiungiamo un grigio panorama.

Mi copro con la mano le vie respiratorie per poter resistere giusto il tempo di arrivo di un omino verde.

Luminoso e camminante.

Mi da il permesso di uscire da quella nube invisibile di smog che in poco mi ha travolto.

Insinuandosi e scivolando sulle pareti delle mie nari si conduce fin su alla cima.

L’odore si faceva sempre più pungente.

Prima i verdi respiri delle linfe arboree avevano inebriato il mio olfatto, che si era rapidamente abituato e purificato.

Qua, tra due palazzi alti, squadrati e moderni e circondata da automobili sfreccianti come galline in fuga, sento solo il carburante.

Bruciante carburante.

E non resisto più.

Devo allontanarmi.

E respirare.

 

 

 

17 gennaio 2015

È davvero incredibile come in cinque mesi e venti giorni ci si possa legare tanto alle persone.

A maggior ragione quando condividono con te la quotidianità.

La cucina,

Il salotto,

Il cibo,

La musica,

Le passioni,

I sogni,

Gli studi,

I progetti,

Le idee,

Le opinioni.

E forse manca qualcosa.

Ma il punto è che ogni giorno passato con queste persone è andato a costruire il succo essenziale dell’esperienza che ho avuto e sto ancora avendo qui.

In Erasmus a Barcellona.

All’inizio preoccupata per essere in appartamento con solo tre uomini, e alla fine scoprire, piano piano, quanto le persone che hai incontrato in  questo cammino siano davvero speciali.

Insieme avete intessuto una fibra forte, persino necessaria a volte.

Ognuno di noi stava vivendo probabilmente al proprio interno le stesse sensazioni umane.

Come la solitudine, o la nostalgia, o la rabbia, l’apatia.

Ma quanto risultava anche difficile trasmettere tutte queste emozioni in un’altra lingua?

Essere tristi o incazzati e sentire il desiderio e il bisogno di sfogarsi davvero.

Ma più facile a volte era chiudersi in camera, di modo che si potesse pensare che se eri chiusa lì, insomma, avevi proprio qualcosa di serio da fare.

E invece NO.

Macchè.

Magari eri solo sul letto a dormire, o a piangere, o ad ascoltare musica e risistemare foto o…studiare .. vi giuro ho fatto anche ed è stato davvero una rivelazione.

Poi uscivi dal tuo guscio.

Prima o poi.

Per cena magari; proponendo persino una comida collettiva, per passare del tempo insieme e finalmente condividere con qualcuno, avere rapporti sociali con persone, due persone : Ainis e Tien, che probabilmente poco prima nella loro stanza hanno passato uno stesso momento a-sociale simile al tuo.

All’inizio può sembrare difficile parlarne.

All’inizio è faticoso aprirsi all’altro.

Non sai se davvero puoi già iniziare ad ammettere dopo 2/3 settimane di avere delle difficoltà a livello umano nel vivere questa nuova esperienza.

 

E poi lasci andare tutto.

 

Così.

 

Davanti ad una padella con del cibo quasi pronto e nella cucina che condividi con Ainis.

Giri il pollo in maniera maniacale e ripetitiva mentre lui è chino sul tagliere, alle prese con una cipolla, ed è lì a  fianco a te.

Continui a mescolare, ma senti il bisogno di dover parlare o dire qualcosa.

Prima comunque lo pensi in inglese.

Questa è la tecnica adottata.

E appena ce l’hai in mente lo dici e lo riversi; lì sul piatto, o sulla padella.

Penserà quel che penserà.

Non mi interessa.

Io non ce la faccio più a parlare.

E si è notato forse.

Ti sblocchi un attimo e poi non smetti più; soprattutto dopo che scopri quanto l’altra persona sentisse lo stesso bisogno di parlare, di raccontare, di esprimere.

Si trattava solo di incontrarsi.

O per lo meno far incontrare i propri bisogni.

E così è stato tra di noi.

Noi tre soprattutto.

Per necessità o per volontà abbiamo vissuto in piena condivisione :

della casa in primis,

del cibo,

delle spese comuni,

dei beni materiali,

e delle nostre emozioni.

E ora che le mani si erano strette più forte, un tassello va a mancare all’interno di questo periodo temporale ed esperienziale che ci ha portati ad avvicinarci.

E ora la casa è vuota.

Eravamo sette, ma ora siamo in due.

Io e Tien continuiamo a farci forza a vicenda.

 

 

 

19 gennaio 2015

In viaggio verso Valencia.

Treno regionale di Renfe, partite da Estacio’-Sants, Barcellona.

Abbiamo dominato il tempo per riuscire a fare il biglietto, prendere un caffè con leche e partire.

 

 

 

3 febbraio 2015

Non posso pensare che questo collegamento invisibile tra emozioni e corpo, cuore e membra , sia solo frutto della mia immaginazione.

Tutto potrebbe avere più senso di quanto pensiamo in fondo.

Per due giorni, un weekend, 48 ore, ho trattenuto nel mio corpo una forza brutale, che mi premeva sul lato sinistro della schiena.

Sotto la scapola più precisamente.

È iniziato con calma, per poi arrivare al culmine della sua potenza, la fine del secondo giorno.

Ieri notte infatti non ho dormito.

Supina sul materasso sentivo qualcosa che costantemente mi premeva, provocandomi dolore.

Sentivo male a soffiarmi il naso, a ridere, a sbadigliare..

Tre cose che non mi escono poi così rare.

Cercavo ad ogni modo di conviverci pacificamente.

Non ho annientato il mio dolore.

L’ho provato sempre, per vedere come andava a finire la nostra storia senza un aiuto esterno.

E così è apparsa la sorpresa.

O meglio il punto interrogativo che ti stupisce.

Questa mattina il dolore persisteva, ma durante lo scorrere della giornata la sensazione si è di molto quietata, tale da farmi sentire le cose quasi al suo posto, come prima.

Queste mie ultime parole, potrei tranquillamente usarle da ponte di comunicazione tre le due cose che vanno a costituire la sorpresa.

 

Questo weekend non è tutto andato per il meglio. Riguardo più di un fronte.

In breve.

Rischiavo di perdermi un’opportunità unica : 40 ore di osservazione in una scuola dell’infanzia qui a Barcellona.

Mi sono sentita arrabbiata, e questa arrabbiatura l’ho espressa.

Mi sono sentita debole, e questa mia debolezza si è riversata su una persona che non c’entrava niente. Mi sono isolata e chiusa in me stessa.

 E ho creato altra rabbia e soprattutto causato dolore.

E questo è inaccettabile.

Ho messo da parte il mio orgoglio, e scostato quella nebulosa di pensieri inutili dalla mia mente.

E sono ritornata in me.

Dopo aver reso chiari anche a me stessa i motivi dei miei atteggiamenti la sensazione si è di molto quietata.

Nel mio animo intendo.

E pian piano le cose sono tornate al loro posto, come prima.

Tutto ciò per me non è pura casualità, tutto ciò è per me intriso di collegamento.

L’idea che a volte il dolore fisico sia legato a quello più emotivo e morale non è lontana dall’essere veritiera.

Probabilmente ognuno di noi ha punti focali differenti del dolore, io penso di averlo nella schiena.

 

Un anno fa ebbi per diverse settimane un forte dolore alla schiena, continuo e fastidioso.

Andai a farmi visitare, da un medico che prediligeva rimedi e studi più orientali, il quale mi fece capire che il mio problema fisico poteva collegarsi ad una mancanza affettiva che premeva sulla mia schiena nella egual maniera in cui premeva sul mio animo.

Aveva un libro, al quale attingeva e dal quale lesse questo collegamento.

“La parte di schiena dove hai male è alla stessa altezza della posizione del cuore, per questo un male fisico ed un male morale, o emotivo possono tranquillamente viaggiare di pari passo”.

Ci pensai sopra, giusto per capire se tutto ciò potesse avere in qualche modo un senso.

In quel periodo io e il babbo non ci sentivamo da sei mesi; e per quanto cercassi di pormi indifferente alla cosa, ogni volta mi veniva impossibile.

Lasciai passare il male alla schiena con il tempo.

E con il tempo, molto tempo, le cose tra me e il babbo migliorarono.

Fu da quella volta che non provavo un male così collocato in un punto preciso e così fastidioso/doloroso.

Costante durante il giorno e durante la notte, continuava a premere  sotto la mia scapola sinistra come se anche il mio cuore mi stesse dicendo qualcosa.

Un periodo pieno di stress, pensieri, rabbia e solitudine, un peso che così grave non era mai stato sopra di me.

  

 

18 febbraio 2015

Chiudo gli occhi e sento il rumore del mare.

 

 

 

22 febbraio 2015

Nemmeno senti i passi saltellanti del pettirosso;

che paffuto,

giulivo

e probabilmente in amore

cammina sulle due zampe

senza fare rumore.