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Monet sula lago di Cei

Veramente Monet lo ha evocato Roberto, che lo cita quasi scusandosi per una presunta mancanza di rispetto; ma io che non soffro di alcun senso di inferiorità nei confronti della pittura, mi permetto di sostenere a gran voce che queste immagini vanno ben al di là della grande intuizione impressionista sulla nuova valenza del paesaggio; e vanno anche inevitabilmente al di là della fascinazione visiva consentita dalla tecnica pittorica; inevitabilmente perché tutto quello che è tecnica (cioè saper fare) si evolve col tempo e si arricchisce di strumenti forniti dalla tecnologia: ora è ovvio che una moderna reflex digitale sia uno strumento più potente di un pennello e una tavolozza, come capacità di produrre immagini. Ma questo di per sé non è nulla.

La cosa importante è il sapere che cosa fare, il decidere che cosa creare; questa è la poesia; questa non dipende dal pennello né dallo scalpello o dal pentagramma o dal dizionario. La poesia, la creatività di un artista si esprime attraverso lo strumento e il linguaggio relativo, ma non ne dipende minimamente.
E queste immagini proclamano ancora una volta che Roberto è un poeta; un poeta che incidentalmente si esprime con un pezzo di vetro e qualche milione di semiconduttori, ma potrebbe alla stessa maniera parlare con i pennelli o lo scalpello o le parole o le sette note.

La prima immagine ci immerge in un mondo di sogno, le successive ci fanno percorrere i mille sentieri di una foresta incantata; l'ultima ci risveglia in una realtà che è sicuramente paradisiaca, ma non basterebbe a darci l'emozione della bellezza se non fosse trasfigurata dalla poesia.

Beppe

 

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